Valico

“Dura è la mia lotta e torno con gli occhi stanchi, a volte, d’aver visto la terra che non cambia, ma entrando il tuo sorriso sale al cielo cercandomi ed apre per me tutte le porte della vita.”

Pablo Neruda

C’è un momento, durante un trekking, nel quale, più che altrove, mi capita di sentirmi più leggero e un po’ più’ forte.

La presa dello zaino sulle spalle si allenta e il passo ritrova vigore.

Nonostante il cammino, divenuto distanza, dietro di me.

Succede ogni qualvolta mi ritrovo davanti all’improvviso stagliarsi di un valico montano.

Quella breccia che unisce l’ideale catena degli orizzonti, per quanto attesa, cercata, con il passo e con lo sguardo, mi sorprende sempre.

E mi esalta.

E’ capace di sciogliere tutta la fatica di una salita che, assieme al dubbio di non riuscire ad arrivare ed alla voglia di tornare indietro, si stempera nei profili più dolci di un pianoro battuto dal vento.

Lassù mi sento finalmente al sicuro. Padrone di me stesso e di quell’attimo che è solo  quel che è,  nel quale le vallate si accingono ad incontrarsi e lo sguardo sa di poter tornare a spaziare.

Sono più vicino alle cime dai profili più aspri. Quasi posso toccarle,  ma non sono obbligato a salirci, perché sto bene a cavallo fra le nubi, e anche da qui posso apprezzare un intorno dai colori più nitidi.

Ha sempre il sapore di una vittoria, quel sentirmi sospeso, dentro un sorriso  di azzurri, che altissimo si tende e si dilata, con il levarsi dei versanti e che, nel farsi cornice dell’ennesimo paesaggio inedito, mi chiama ad una rinnovata fiducia.

La natura selvaggia  è un onda che mi sospinge e solleva, senza che mi sfiori la paura di naufragare, perché a posare lo sguardo nel profondo di quello spazio che si allunga contro il cielo, sento che è lì che si nasconde la mia isola del tesoro.

A volte capita che le nubi mi si stringano addosso, oppure giochino con il sole accompagnando il ritmo, finalmente più posato, della mia marcia, con una danza d’ombre, mentre attorno le forme della pietra si fanno volti che si specchiano sulle trasparenze di laghi segreti raccolti nella culla dei grigi e delle sfumature d’argento della roccia.

In silenzio mi lascio riempire dall’orgoglio di ogni passo che ha saputo portarmi a questo mio “qui” ed “ora”, e  in qualsiasi direzione si sposti il mio sguardo, sento che dovrò andarci con tutto me stesso.

Io sono il mio limite. E ad ogni valico, tra una salita scoscesa e una discesa  che dà le vertigini, finisco per spostarlo un po’ più in la.

E’, allora, a tutti i miei valichi che tornerò col pensiero, ogni qualvolta mi ritroverò dentro un paesaggio che non è il mio. Quando mi capiterà di sentirmi soffocare nell’incavo dell’onda di un impegno che faticherò a comprendere, di un’occasione mancata, di un’attesa delusa, di una sfida che non sentirò davvero  mia, di relazioni che non hanno le trasparenze dell’aria sottile  e dei laghi d’alta montagna, quando mi capiterà di non trovare  un senso in quel che, si dice, è sensato fare.

Non mi lamenterò.

Non mi arrenderò.

Non penserò più di essere arrivato,  men che meno finito,  ma solo che dovrò ripartire.

Si tratterà, una volta ancora, di cominciare a salire.

Rompere l’incantesimo del primo passo, con nello zaino solo la voglia di saltare l’ostacolo e cambiare orizzonte.

C’è un valico che si nasconde lassù da qualche parte oltre una fatica, un disagio che ho imparato ad apprezzare, oltre una paura che so di poter affrontare.

E’ lì per me, per spostarmi un po’ più in là.

C’è un valico per ognuno di noi.

Ritorna.

Ogni volta diverso.

Come un paesaggio.

Per portarci più in alto, più lontano.

Non abbiamo alternative. Dobbiamo svalicare. Perché è al vertice di una ascesa che ci  toglie il fiato, fino a tenerci sospesi tra la paura di muovere oltre e quella di lasciarci cadere indietro, che troveremo le nostre Porte di Ferro.

E li, dimentichi di ogni ponte con il passato, incuranti di quel che si cela oltre un’orizzonte che lassù potremo quasi toccare, lì dove i rilievi si stemperano nel più dolce stendersi dell’altipiano,  ritroveremo il nostro passo migliore, dentro un sorriso denso del cielo di nuove possibilità.

Direzioni

“Non è necessario che tu sappia dove stai andando, a patto che tu sia sulla tua strada”

Wayne Walter Dyer

I ciuffi d’erba alle mie spalle risalgono i crinali. Ondeggiano al vento,  nascondendo la traccia del sentiero percorso, come un mare che con le sue onde danza sulla pelle delle montagne.

Davanti a me sparisce anche il sentiero che mi ha portato fin qui.

Lo fa nel marasma incoerente dell’inseguirsi della pietra. Quasi a volermi spiegare, senza parole, con forme e colori nuovi, tra i ricami di cielo e terra, che non esiste caos che non nasconda meraviglie e senso di compiuto.

Sono senza una meta.

Non ho una tabella di marcia. Solo un itinerario di cui mi rassicura pensarmi padrone. Eppure non ha alcun potere sul paesaggio.

Si, perché in fondo è l’intorno a portarmi, tenendomi quasi per mano.

E comincia a piacermi, fino a diventare irresistibile,  quel desiderio di abbandonarmi ad esso, senza pensare ad un traguardo da afferrare che non sia continuare ad andare.

Vivere qui è Camminare. Che poi è molte altre cose per comprendere le quali non bastano le parole, bisogna mettersi gli scarponi e indossare, con la “divisa” del trekker, la voglia di guardare ed ascoltare da dentro il fuori.

Posso scegliere di muovere il mio passo in qualsiasi direzione, poiché intorno è solo orizzonte, e l’assenza di un vero confine è un invito a spostarmi. C’è un sentiero oltre il sentiero. E’ quello che mi porterà più lontano, dentro me stesso e nel mondo al quale  avrò il coraggio di andare incontro, senza pregiudizi, senza timori reverenziali, senza veti.

Lo spazio aperto è una promessa che non ha tempo. Mi aiuta a vincere la tentazione di sostare sulla flebile traccia di sassi e di terra che mi ha portato quassù.

E’ così che mi spingo nel nulla, lasciando che il verde dei prati cancelli ogni traccia di passato e il mio passaggio.

Mi affido  all’ignoto, stavolta senza uno sguardo alla cartina, perché voglio perdermi, almeno per un po’, ed educarmi a scegliere senza calcoli utilitaristici e senza risparmiarmi, senza pensare a “buono” o “cattivo”.

Vedere cosa succede.

Senza regole al di fuori del rispetto per l’intorno e i suoi abitanti, e per me, che ci passo attraverso. Ma anche senza il dubbio che nasce dall’ossequio ad un cliché.

Non ho paura perché quassù ogni passo trova la sua destinazione.

E non c’è una meta migliore rispetto ad un’altra, ma solo un percorrere ed un arrivare diversi. Una lezione ulteriore, per me, che qui ricordo di non essere sbagliato ma solo di dover apprendere.

Sto imparando.

E’ per nutrire la mia voglia di capire che mi è data la possibilità di decidere se essere “assolutamente libero”.

Sposare quella libertà che qui posso ascoltare , osservare, respirare ,  ma che dovro’ tenere bene a mente quando tornerò al nido, con la missione di scappare fuori sentiero, sempre più spesso, ogni qualvolta mi sarà possibile.

Scegliere in fondo non  è mai fallire. E’ sempre direzione.

Strade o sentieri?

“Abbandona le grandi strade, prendi i sentieri.”

Pitagora

Forgiati dalla digi-cultura mainstream, inviluppati nelle ragnatele social ed “illuminati” dal touchscreen del nostro furbofono, le probabilità di seguire il consiglio del grande filosofo greco si rivelano alquanto esigue. D’altronde, dopo due millenni e mezzo, non sarà un po’ passato di moda?

Chissà, forse per l’animo umano il tempo non esiste, e l’ammaliante tecnologia mediatica oggigiorno disponibile non basta a fuorviarlo dalle proprie profonde aspirazioni.

Come il desiderio innato di esplorare, scoprire, conoscere, che dai primordi ci fa avanzare passo dopo passo, in un incessante tentativo di comprendere il mondo.

Per capire qualcosa di più di noi stessi e raggiungere risposte che non si trovano certo nelle rumorose highways, ma al quieto limitare dei sentieri.