In bilico

“Non c’e’  meta  che valga quanto  la sua strada”

Roberto “Lupo” Ghidoni

Mi fermo. Lascio che i miei scarponi premano sulla terra, e mi affido al paesaggio.

Scrutando il mistero dei giochi di luce all’orizzonte, provo ad abbracciare le sconfinate trasparenze  che sostengono il peso della mia meraviglia.

Il bambino che mi porto dentro, può ancora tirare a me, con le fila magiche della fantasia, paesaggi remoti, che si nascondono.

E’ bello, poter ritrovare e riparare, una volta di più, l’infinito ferito che è sempre lì, da difendere.

Ma quanto è fragile quella linea sottile che restringe o dilata l’intessersi dei panorami!

Me ne rendo conto ogni volta che scelgo un cammino, e mi sembra di danzare assieme alla terra che mi accompagna, senza correre, per tenermi dentro.

E’ di solito di primo mattino o a tarda sera  che mi sento rapire dallo spettacolo dell’effimero che si fa immortale. Forse perché dentro un’alba o un tramonto, quella precarietà che sorprende, è ancora più evidente.

Quando la luce cerca tutta l’esistenza che c’è, fino a bruciarne, non c’è un solo attimo da vivere a metà. Ogni cosa trova la sua ragione in quella densità incoerente di sfumature di rossi e d’arancio, che non lascia adito a dubbio alcuno sul valore dell’essere, fosse anche per un  solo istante e senza il senso di compiuto di una destinazione.

L’universo intero si raccoglie, messo a fuoco  da una pupilla di tonalità sospese tra lo sgargiante e il pastello. Come in un rituale, rinnova l’incanto di quel suo sorgere o posarsi senza fretta né tentennamenti, per poi volgere verso un ineluttabile destino, di luce che cancella o di notte che nasconde. Gli va incontro in un iride improvvisata di colore, dalla spontaneità senza padroni, riempiendo però lo spazio e, con esso, ogni attimo, di una bellezza eterna, capace di dilatare e sospendere il naturale morire di ogni cosa.

In quell’istante straordinario, l’orizzonte che muore o risorge, ti scruta e si lascia attraversare, permettendoti di sperimentare  il senza tempo e l’immenso, che nasconde e  nutre.

E di nuovo, si esalta la straordinarietà di una fragilità che sa rinnovare il prodigio della creazione e, nelle tinte sfocate ed evanescenti, segna indelebile il mistero della vita.

E’ un miracolo di verità, in questa terra dell’incerto dove non abbiamo direzioni che si facciano traguardo da tagliare, ma solo prospettive che, anche dalla cima più alta, segnano con chiarezza i nostri confini. La vita è margine. E’ soglia. Ma in questo nostro esser finito,  in questa precarietà che sa immalinconirci ma  anche esaltarci,  c’è tutta la nostra forza.

Il nostro passo, perennemente incerto, è lì a ricordarcelo.

C’è un momento, ogni volta che ci muoviamo, dove stiamo solo su un piede e sfidiamo la gravità.

E’ la nostra naturale dimensione, quella invisibile linea sottile che si fa bilico.

Se non la rinneghiamo,  riparando nella rassicurante morsa del rimanere fermi, non cadremo e arriveremo a scoprirci all’altezza dell’equilibrio sfuggente che è la nostra natura.

Nel rincorrerlo, senza mai afferrarlo davvero, riusciremo a sperimentarne l’essenza, per scoprire, infine, di aver viaggiato e, grazie al viaggio, essere arrivati a spostare un confine,  lasciando un’impronta.

C’è sempre qualcosa che rimane di un passaggio.

Non è la fatica, ma la passione.

E’  la nostra capacità di stare al gioco e misurarci in esso.  E’ quel che resterà della nostra missione, della nostra parte senza copionenel teatro del fugace, dove nulla è sicuro ma nemmeno decisoe  dove nessuno è uguale ad un altro, e perciò può lasciare il segno di una vita senza filtri, sperimentata a propria misura.

E se anche il tempo corre e arriverà il momento di passare la mano, resterà in ogni frangente, quel qualcosa che da sempre, possiamo costruire soltanto noi, pensieri, parole, iniziative che ci appartengono e di cui abbiamo la esclusiva responsabilità.

Per riappropriarcene dovremo percorrere, il più in fretta possibile, la distanza che separa quel che siamo a misura del mondo, da quel che dovremmo desiderare esserea misura dello sconfinato,  testimoni di una risolutezza capace di riempire ogni vuoto apparente.

Facciamolo  allora, senza indugio, quel passo in più. Solo nostro, fragile, precario, ma libero e determinante. Come un orizzonte, farà la differenza, dilatando questo tempo che passa, per nutrire e curare l’infinito con un pezzetto di noi.

Allora sarà forse meno malinconico, scoprirci d’improvviso, al termine di un viaggio a perdifiato, tramonto che brucia, capace di riempire lo sguardo di chi cerca una nuova alba.

In cammino

“Il limite più grande che ho accettato

è quello di essere vivo.”

Reinhold Messner

 

Cammino, e l’aria meditabonda si stempera in un sorriso. E’ una mezzaluna che si  arrampica appena fra le ombre del volto, carezzate dal sole, sospinta da una serenità senza macchie. L’emozione  si fa vento e gonfia le vele di un allegria nascosta, silente, ma da sempre lì,  ancora una volta lanciata  sul mare appena increspato della pelle. Di fronte ad un orizzonte che non è confine, ma sguardo d’infinito, si espande fino agli occhi,  per restituire luce al sipario segreto del mio desiderio di essere.

E’ uno star bene senza tempo quello che mi culla. E’ alimentato  dalla semplice meraviglia del vivere e si staglia con la convinzione dell’assoluto. Non si pone dubbi sul mistero della vita, perché sa che, nel linguaggio di un’esistenza, non ci sono alternative all’inseguire la figura slanciata del punto esclamativo, piuttosto che  l’arzigogolo, ripiegato su se stesso, di un interrogativo.

No! Non ti è dato fare domande quando sei risposta!

Per ricordarmelo, quando meno me lo aspetto, con l’impertinenza di una libertà che mi accende da profondità insondate, quella linea sottile di labbra distese, mi  fa respirare l’abbraccio inestricabile del dentro con il fuori. E così, per qualche attimo, dimentico di ogni disillusione, mi abbandono al calore della presa di un immenso che mi riempie, perché non è solo qualcosa che mi circonda.

Quando poi mi capita di passare accanto alle  trasparenze cristalline di uno specchio d’acqua, quel mio sorriso posso osservarlo, e intuire ancora l’infinito che si rinnova. Semplicemente c’è. Ed è abbastanza.

Un passo a seguire l’altro, e le striature sul viso, ciascuna segno di un idillio tradito, si distendono, carezzate da una sensazione viva,  un turbamento buono che mi commuove.  Gli scuri si allentano e si ammorbidiscono, lasciando intravedere i chiari. Qualcuno ha provato, una volta ancora, a lavarsi  la faccia con la mia. Aveva le mani sporche, imbrattate da un nero untuoso che non va via e puzza, ma solo dopo un po’. Voleva contagiarmi quel mal di vivere che nasce dall’assenza di idee, per divenire deserto di valori, farsi  sordida  ed egoistica pretesa e, infine, per inclinazione, imbarazzo, o scelta deliberata, divenire consapevole corruzione dell’animo.

Ho imparato a guardarmi dai piccoli e grandi carnefici di ogni entusiasmo che prova a farsi virtù.

Questo però non gli impedisce di sfiorarmi.

E’ un cieco dimenarsi il loro. Da un lato  li impegna a ricacciare, sempre più in profondità, nella Torre di Babele dell’animo, l’urlo disperato di  ogni senso di giustizia. Dall’altro, finalmente al riparo, nell’insensibilità dell’incoscienza, li vede protesi ad inseguire,  con diabolica determinazione, quell’arrivare senza fare davvero,  che arricchisce depauperando, incurante del paesaggio dilavato, delle occasioni perdute, della zizzania disseminata su un terreno non più fertile che si farà deserto e non farà distinzioni fra ciò che è giusto e ciò che non lo è.

Eccola, una sorgente. E’ qui per curarmi. Compare all’improvviso, anticipata da un gorgoglio che non si fraintende, perché la natura è sempre quel che sembra e ha una voce sola. Non sa dire bugie e ti bisbiglia, a volte urla, verità eterne. Mi nutro della sua limpidezza. Lascio che i celesti che si frangono in candide goccioline, mi scorrano fra i capelli , sulla fronte, lungo le guance, fino al mento, e non ci sono più chiazze, nessuno di quegli indecifrabili geroglifici di dolore, di  offesa, di abuso, di inganno, di nonsenso, di illusione, di paura.

Lo sporco va via.

Non può radicarsi dove la superbia è vinta da un’umiltà ingenua ma ostinatamente sincera e, perciò, incorruttibile.

I giochi d’acqua fra le mie labbra mi inebriano di un’onestà senza padroni, che proprio come una libertà, rinvigorisce l’operosità titubante della mia anima più segreta, a volte incoerente, ma nemmeno per un attimo distolta dal provare ad attraversare nella giusta direzione, fra cornici sospese su abissi di disincanto, il baratro tra lo sconfinato desiderio di essere e gli angusti confini della materialità che lo imbriglia.

Il cristallino abbraccio degli azzurri e dei verdi  ai miei piedi, prima di divenire torrente, si anima di uno sfarfallio che sa di magico e mi ritrovo a pensare che sarebbe bello, anche solo per un attimo, che la rete di quelle sfumature smeraldo smosse in riflessi di terra e di cielo, scomponesse la mia immagine nelle fila della mia vita, e mi permettesse di frugare l’abbraccio dei colori, fra le  tinte sovrapposte ma nitide, dove tempo e spazio, stagioni ed eventi, si fanno tutt’uno con l’intessersi delle esistenze in trame di incontro e lontananza incolmabile. Mi piacerebbe allora soffermarmi, dentro quel caotico addensarsi di causalità che si fanno significato, sulla mia fiducia incrollabile che da un inizio senza ragione, vive come una missione quel portarsi un poco oltre ogni limitare che nasconde.

E’ tempo di riprendere la marcia. Nel farlo  ogni senso di impotenza, di quelli che stanno sulla porta, al confine tra quel che desidero e mi è dato realizzare per le maglie strette della mia fisicità, smette di attanagliarmi. Si srotola, aderendo alla traccia nel terreno, che come una benda cura le ferite. Ritrovo il mio passo migliore e il ritmo giusto mentre ogni corruzione del corpo, della mente e dello spirito, si posa al suolo. E’ quel che ci lascia in eredità la società dei consumi e la sua inquietudine prestazionale, che  nell’affastellamento di cimeli vuoti, colmi di tempo perduto, finisce per corrodere la nostra umanità, oggi nuda e spaurita di fronte alla scelta ingannevole fra il vincere o lasciare, dimentica che la vita si cela nelle sfumature di colore, svincolate dalla morsa del bianco e del nero di successi e fallimenti.

Osservo quel che resta dei mali del mondo e muovo oltre.

La pioggia che, incessantemente, si fa fiume, spingerà ogni scoria divenuta fango, nel profondo della terra, nel suo cuore di pietra e di metallo incandescenti, perchè possa essere trasfigurata, ancora, nella energia vitale dell’origine.

Sento ora nella testa, questo mio procedere meno precario, che rende ovattato ogni rumore. E  non mi importa più, del tempo perso, dei torti subiti, di sbagli che son lì a ricordarmi che ci ho provato lo stesso,  e che ho saputo anche chiedere scusa. Non mi curo più dei sogni lasciati andare, delle porte rimaste chiuse, di un passato da dimenticare o ricordare ma mai del tutto. Ieri ed oggi, si incontrano in un attimo che è cornice ideale, senza il passepartout che costringe, delle preoccupazioni per gli impegni quotidiani.

Il sudore mi libera del peso di ogni assenza e mancanza, e quel che resta è solo la ferrea promessa del mio volerci essere e saper offrire.  Lo sguardo, finestra aperta su un intorno ricchissimo, diventa introspezione, e risolve il labirinto degli appuntamenti mancati, quello con i segnavia delle scelte rimandate o sbagliate,  con un’occasione vera che è presente e che non può sbiadire alle intemperie del tempo, non subito almeno. Le  scarpe sul selciato segnano l’attimo che mi appartiene e sul quale posso incidere la mia impronta. Si portano dietro, il sentiero percorso, eppure qui, al cospetto di questo mio adesso, una nuova direzione da prendere è tutto ciò che conta.

Non sento il bisogno di parola alcuna su questo cammino, dove la vita urla anche senza voce , dove vivere è essenzialmente sentire e anche il silenzio  è una storia da esplorare.

E’ il viaggio a  popolare  i discorsi dell’animo su un livello che non è solo  mentale.

Anzi non lo è affatto.

Sono senza pensieri.

Sopra ogni riflessione o nel loro profondo, lì dove non riusciamo ad arrivare, ogni borbottio è muto.

E’ forse per questo

che cammino,

che anche quando non posso, ho sempre voglia di andare,

che nonostante il passo pesante, non sento ancora il bisogno della malinconia dell’arrivare.

Col tempo ho imparato ad Amare coltivando, contro ogni timidezza, la mia vocazione ad andare incontro. Mi sono educato ad apprendere e ad abitare  quel non sentirmi mai arrivato che qualcuno dice essere virtù. Da sempre, con i miei limiti,  ho esplorato la mia voglia di scrivere.

Amare,  conoscere, raccontare,  camminare. Sono forse tutto ciò che per me conta davvero.

Ma è camminare che sempre mi riporta a casa.  E’ camminare che  tiene tutto assieme, e se perdo pezzi, mi aiuta a ritrovare e raccogliere i cocci per ricomporli.

Camminare è rivelazione che forgia le mie certezze. Non ho alternative al calzare gli  scarponi. Il tempo stringe. Devo affrettarmi.

 

La formula del successo

Dopo aver alzato l’aspettativa con questo suggestivo titolo, ritorniamo con i piedi per terra, è il caso di dirlo, perché qui si parla di trekking ;-)

Bene, quali sono i fattori che determinano il successo di un trekking? Vediamoli.

Entusiasmo
Se il percorso che ti accingi a compiere non ti appassiona, perché mai dovresti accingerti a compierlo? Dove troverai l’energia interiore per attraversare i deserti, valicare le montagne? Ricorda, l’entusiasmo è energia, e se manca, ti fermi sulla porta di casa.

Provvidenza
Devi mettere in conto che, pur essendo come essere umano una incredibile meraviglia, hai i tuoi limiti. Non potrai avere sempre tutto sotto controllo. Pur senza esimerti dall’impegnarti a fondo, la riuscita del tuo eroico trek sarà alla fine determinata dal contributo di qualcosa che va al di là delle tue possibilità: che sia il meteo, siano gli dèi o la Forza che secondo gli jedi permea l’Universo. Ma, senza dubbio, il nome migliore che ho trovato è: Provvidenza.

Impegno
Citando Epicuro: “E’ sciocco chiedere agli dèi ciò che uno può procurarsi da solo.”
Già, qui veniamo al tema, fondamentale, dell’impegno personale. Se proprio vuoi fare trekking non puoi prescindere dall’impegnarti, e non solo durante il percorso, ma anche prima! Infatti una buona preparazione è necessaria, soprattutto se hai intenzione di percorrere zone impervie e remote (e se non percorri zone impervie e remote, che trekking è?!).
Per preparazione intendo, a titolo esemplificativo: allenamento adeguato, individuazione dell’equipaggiamento opportuno, acquisizione delle tecniche di orientamento, studio dell’itinerario. Impegnarsi nel prepararsi, ed essere quindi previdenti, è indispensabile per non rischiare troppo di trasformare una faticosa ma sana e persino piacevole attività in uno dei tuoi incubi peggiori (no, non si tratta del telecomando che cadendo a terra si rompe e ti costringe a fare un paio di passi per cambiare canale).
Al contempo, durante lo svolgimento del trek l’impegno non dovrà mancare, ed una certa propensione alla perseveranza sarà importante per superare le difficoltà che dovessi incontrare (orsi polari a parte!).

Cooperazione
Per realizzare il tuo super-trek, avrai bisogno della cooperazione dei tuoi simili. Direttamente o indirettamente.
Mi dirai: “Guarda che sono uno sfegatato solitario che non ha bisogno di nessuno!”.
Ok, a meno che non ti sia autocostruito i ramponi con cui stai attraversando in questo momento quel mitico ghiacciaio (ed in tal caso saresti l’eccezione che conferma la regola), qualcuno si è occupato di produrre la tecnicissima attrezzatura che utilizzi. E questo è un esempio di cooperazione indiretta.
Quella diretta è invece normalmente molto più evidente, dato che riguarda l’interazione con i compagni che condividono con te l’impresa :-)

Concludendo e riportando il tutto nella formula promessa, avremo pertanto che il successo è funzione del prodotto dei fattori sopra indicati (esatto, occorrono proprio tutti). Ossia, matematicamente e anglofonicamente:

Success = EPIC

La formula sembrerebbe anche suggerire che il successo sia correlato ad un’epica.
Nel tuo caso, la tua :-)

Naturalmente l’ambito di applicazione riguarda solo il trekking.

Oppure no?