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No step back: dentro il Supramonte

Sempre avanti. E’ un comandamento. Ma stavolta non è così facile. Sento che mi sto trascinando. Nonostante il mio zaino sia ormai praticamente vuoto e i miei effetti personali siano trasportati dai miei compagni, devo rimanere concentrato per non lasciarmi andare. Le labbra asciutte mi fanno male, ma basta qualche goccia d’acqua per donarmi sollievo, anche se solo per poco. Non devo esagerare, non riesco a bere, né mangiare. Il mio stomaco si ribella.

Sono i segni dello “sfinimento” e sono ore che li esploro.

Il mio metabolismo, che scoprirò non essere in splendida forma, si è messo a “fare le bizze”. E due giorni che “corre” e “brucia” come una locomotiva, a mia insaputa. E ora ha finito il suo carbone. Lungo lo splendido itinerario alle mie spalle ha consumato ogni energia. E’ dalla Piana di Sovana, qualche centinaio di metri più in basso e chilometri più a monte, che soffro una fatica che non conosco e che non riesco a spiegarmi. Prima d’ora, in alcune occasioni, mi è capitato di sfiorarla, fermandomi ai suoi margini. Ora ci sto dentro da un pezzo.  E sto imparando. Quasi che le mie montagne abbiano colto l’occasione  per insegnarmi qualcosa di immortale, avvicinandomi a stretto contatto con quella parte di me che non muore mai e che, proprio per questo forse, non ha paura. 

Non sono in Nepal, eppure mi sento come sul mio Himalaya, a ricordarmi che c’è una vetta all’apparenza inespugnabile per ciascuno di noi, e può sorprenderci anche a diretto contatto con il nostro quotidiano.

La carrareccia è ormai a portata dei miei scarponi. Non c’è nessuna esaltazione, ma anche nessuna disperazione in me. E’ tarda sera. Lucio ed Enrico si lanciano quasi di corsa sul sentiero verso l’auto in sosta, per provare ad avvicinarla e risparmiarmi qualche tornante di troppo.

Mi fermo, per l’ennesima volta. Non ne posso fare a meno. Pietro mi è accanto. Attende paziente che mi riprenda, per affrontare l’ultimo strappo in salita. Il buio confonde le distanze, ma ci siamo. Mi guida come ha fatto finora, ostinatamente, incoraggiandomi senza posa.

E’ grazie ai miei compagni che lascio, sulle mie gambe, i pinnacoli solitari dei Supramontes alle mie spalle, e i lecci e i ginepri contorti, che anche stavolta ho sentito vicini. Quasi un abbraccio. Si, il paesaggio mi è da sempre amico. Anche oggi. Anche qui. Non ho avversari su questa terra straordinaria modellata dagli agenti atmosferici in forme fantastiche. Dovevo arrivarci con le mie gambe quassù. E alla fine ce l’ho fatta. Con la testa forse? Con l’anima? Dovevamo arrivarci insieme. 

E’ stato come entrare dentro un tempo magico, che corre più veloce mettendoti in mezzo, mentre luoghi a cui sai di appartenere da sempre, perché sei stato qui innumerevoli volte, diventano isola, sconosciuta. La distanza perde ogni significato, come ogni inutile dicotomia tra “come le cose sono” e “come dovrebbero essere”. Conta solo avanzare, avvicinarti ad una meta “che sai ma non ti importa”, perché non c’è un traguardo diverso dal cercare quel passo in più che ti porta oltre. Ci siamo. Ci sono.

E da questo lieto fine che posso lasciare a Pietro le parole per raccontarvi la magia di un itinerario che stavolta ci porta a casa, nel cuore più selvaggio della nostra isola, e che merita essere percorso, esplorato, gustato nel profondo di ogni passo, senza certezze ma anche senza il dubbio di non essere all’altezza del luogo e del tempo attraverso il quale ci troviamo a passare.

Ebbene si, abbiamo una nuova firma su Trekland. Un grande amico e un vero Treklander. Ne siamo orgogliosi. Benvenuto Pete.

Abbraccio

“Esiste una sottile paura della libertà, per cui tutti vogliono essere schiavi. Tutti, naturalmente, parlano della libertà, ma nessuno ha il coraggio di essere davvero libero, perché quando sei davvero libero, sei solo. E solo se hai il coraggio di essere solo, puoi essere libero”

Osho

E’ bene dirlo, per evitare equivoci, preferisco ormai la solitudine della libertà, alla prigione rassicurante della menzogna.

E’ bello questo freddo che lacera, perché possa uscire tutto il rumore del mondo degli uomini.

E’ bello questo senso di vuoto e silenzio, dalla ricettività straordinaria, che lascia entrare il coraggio di vivere e, con esso, la voglia di dare  e ricevere un abbraccio profondo, fuori da ogni equilibrio.

E’ bello lasciarsi andare, cadere giù, toccare il fondo e scoprire di essere in cima, proprio lì dove puoi ritrovare tutto il calore dell’essere. 

Orme

“La fine della sofferenza non puo’ comportare un aggiungere, puo’ solo essere un nulla”

Ajhan Brahm

Un passo, e le preoccupazioni cadono, come sabbia, sul sentiero. Una brezza le arrotola in eteree spirali di passato, mentre i miei scarponi sono già oltre.

Un altro passo e i ricordi si stemperano nell’eco, senza voce, di orizzonti lontani, ma non più irraggiungibili.

Non ho una storia. Non ho futuro. Ho solo questo “Me”, al di là di ogni prospettiva. Questo cuore che pulsa, e sangue, e carne, e parole che animano pensieri, densi di un sentire che non mi appartiene completamente perché, forse, sono Io che gli appartengo da sempre. L’urgenza di essere ogni volta all’altezza si stempera nel dilatarsi del paesaggio.

Un passo in piu’ e il brusio mentale si fa silenzio. E non ho piu’ bisogno del barlume di un’idea. Non c’e’ nessuna frenesia, nessun dover arrivare o aver paura di fallire. Nessun timore di disattendere le promesse, divenute istanze, della mia cultura. Finalmente consapevole, quel che sono davvero, si svincola dal “programma di successo del mio condizionamento”.

Le mie gambe, orgogliose nella loro precarietà, si stagliano dentro l’infinito, ma è la terra che mi sostiene e l’aria intorno, è il gioco di vuoti e pieni.

Sono tutto. Sono niente.

Non ho bisogno di essere Io quando non c’e’ più alcuna distanza da coprire.