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Rinascita


Nasciamo, per così dire, provvisoriamente, da qualche parte; soltanto a poco a poco andiamo componendo in noi il luogo della nostra origine, per nascervi dopo, e ogni giorno più definitivamente.”
Rainer Maria Rilke

Calenzana. Agosto 2006.

Ancora sospesi fra dentro e fuori, sotto un cielo dove la luna e il sole si passavano il testimone, stretti tra l’alba e l’aurora, ci sentivamo tenuti assieme dal sentiero. Incapaci di lasciarlo potevamo solo starci sopra con i nostri scarponi.

In quell’inatteso, inestricabile, abbraccio di emozioni nuove, che avremmo imparato a chiamare consapevolezza, capimmo d’improvviso che ritrarsi era sempre stato ingannevolmente più facile dell’andare incontro. E sentimmo, ritrovando l’entusiastico affidamento del nostro bambino interiore, che non avremmo più rinunciato a comprendere, solo perché diseducati a farlo dalla frenesia di un mondo sempre più lontano dal vero senso di ogni cosa e, proprio per questo, sempre meno nostro.

Rimanemmo perciò in cammino, per imparare, un passo dopo l’altro, quanto ci si possa  sentire leggeri a diretto contatto con la pelle della terra, dove è sempre bello ritrovarsi senza il bisogno di cercare, dove difficilmente capita  di non sapere amare, e  dove, qualora accada di non trovare il modo per poterlo fare, è sempre bello  riscoprirsi incapaci di odiare e senza alcuna voglia di scappare.


Varco

Il Col Des Thures, si distende  sulla dorsale di cresta tra la Valle di Thuras (Valle di Thures) in Alta Val di Susa e la Valle francese della Cerveyrette nelle Hautes Alpes. Un’altra notte è trascorsa nel cuore delle Cozie. Il cielo plumbeo e le nebbie fitte che, a notte inoltrata,  ieri  ci han portato fin qui, lasciano ora spazio alla vastità del paesaggio. In lontananza è un sovrapporsi di linee di orizzonte sempre più sfumate che seguono i profili delle montagne. Dalla lontana Val Gesso, ci hanno preso per mano fino ai margini del Queyras francese e ora ci spingono oltre.

Il Monviso è stavolta alle nostre spalle. Si allontana. Un passo dopo l’altro, ogni meta si è fatta nuovo inizio. La distanza si è ridotta, per poi tornare a dilatarsi. E ogni cosa dentro e fuori di noi,  ha finito per riappropriarsi della sua dimensione naturale, quella del passaggio, quella del tramite di un eterno moto che fissa il caduco nel segno indelebile di un’esperienza che si fa coscienza.

Il traguardo ideale, da sogno è diventato conquista, in questa corsa dell’effimero, dove ogni arrivare, visto da vicino, è poca cosa, sipario che si chiude, luci che si spengono, e soprattutto, presto, prestissimo, voglia di ripartire.

E poco contano distanze e dislivelli, ancor meno, forse, la direzione da prendere. Anche il paesaggio finisce per farsi orpello, come i capelli più radi sulla fronte o la pelle segnata dalle stagioni, come la fatica che, nel ricordarti la fragilità di ogni illusione di onnipotenza, si ferma al fisico, ma non lambisce la tua voglia di andare.

E allora Vai, perché il senso  è tutto lì, nel “durante”, nell’ “attraverso”, in quell’esercizio di consapevolezza che si fa breccia fra le dimensioni del perituro e dell’eterno, passaggio fugace, in cui il tempo è dilatato a dismisura da un anelito che è emozione viva, libera da compromessi, perché  non è ancora o non è più malinconia.

Nutrimento di  un inarrestabile divenire, che sperimenta se stesso, sei chiamato a  questo tuo sentire che apparentemente non lascia tracce, se non l’impronta unica dell’ennesimo dubbio che, a contatto con i semi buoni del mondo,  si scioglie, per segnare il viaggio, quello vero, quello che sa farsi soluzione, risposta, e risvegliare la coscienza affinché si riscopra essere tutt’uno con l’intorno.

Nel cuore delle Cozie: dalla Val Varaita alla Val Susa

Anche il borgo di Chianale (1.797 m.) è alle nostre spalle. Il paesino di pietra  ancora fa capolino dai primi poggi decorati di fiori, quando lo Sherpabus, che da Cuneo ci ha accompagnati fin qui, in alta Val Varaita,  abbandona la strada asfaltata che sale in direzione del Colle dell’Agnello, per prendere una netta svolta a sinistra. Poco oltre, in corrispondenza di un ponticello sul torrente, si ferma e, finalmente, possiamo toccare con gli scarponi un pianoro di terra battuta. Il nostro tour attraverso le Alpi ripartirà da qui. Per me e Lucio è un ritorno. Siamo infatti già stati fra queste colline quando, partiti dalla Val Maira, abbiamo virato verso il Monviso e la Val Po.  Ci ritroviamo qui, stavolta in compagnia di Pietro, perché lassù, in alto, sentieri segreti, appena intuiti, hanno lasciato nella nostra testa, l’idea di un itinerario fuori dal tempo, nel ventre altissimo di cime lontane, e anche perché, quando siam scesi per la bella vallata che ci accingiamo a risalire, il tempo inclemente velava paesaggi dal fascino straordinario, tingendo quadri di rara suggestione, ma dai colori offuscati per la nebbia  e la  pioggia, dense,  fra le nubi basse. E’ a quei colori ritorno con il ricordo e l’immaginazione, nel percorrere il breve tratto di strada asfaltata che ci accompagna all’attacco del sentiero per i Laghi di Longet, sulla destra idrografica del torrente che dal vallone di Saint-Véran scorre verso la pianura. Da qui, in mezzo a queste montagne che, una volta ancora, ci si stringono attorno, in un tripudio di boschi, riprendo a raccontare di questo viaggio straordinario che, negli anni, ci ha portato dalla Val Gesso a puntare, con sempre maggiore decisione, verso il cuore del fronte alpino.