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Sincrovia

Nello scrivere, accade talvolta che ci si stupisca della forma che assumono i concetti. Come se lo scrivente avesse sì un ruolo fondamentale nel processo, ma non esattamente totale, rendendosi conto che l’intuizione è al di là del proprio controllo. L’altro giorno, per sintetizzare tale pensiero ad Antonio, facevo riferimento alle Muse. Era da tempo che non ci riflettevo e le ricordavo, dalle reminiscenze scolastiche sulla mitologia, come dee ispiratrici. Incuriosito, ho poi cercato di approfondire l’argomento, scoprendo grazie a Wikipedia che l’origine lessicale più probabile del termine è “ninfe dei monti”. Già, il fascino delle vette è qualcosa di antico :-)
Leggevo anche che una di esse, la celeste, si chiamava Urania.

Ora, facendo trekking si ha modo di pensare e parlare molto, soprattutto se si ha la fortuna di avere compagni di viaggio eruditi come Pietro, come è successo recentemente percorrendo l’Alta Via 1. Verso fine itinerario si discuteva ad esempio di preferenze nella letteratura: al Dostoevskij citato da Pietro, rispondevo con la mia predilezione per la fantascienza, facendo presente tra l’altro di essere l’orgoglioso possessore del primo numero di Urania, la storica collana editoriale italiana sul tema. Nell’ultimo giorno del trek, passando per Doues troviamo una piccola libreria per il bookcrossing.

Prendendo il primo libro a caso, dal dorso, per me in realtà illeggibile in quel momento senza occhiali, mi trovo tra le mani un numero di Urania :-D

Una piccola coincidenza, che non pensavo neanche di raccontare, se non fosse stato per il dialogo post-trek con Antonio, ma che è in effetti l’occasione per accennare ad un fenomeno che non è infrequente durante un trekking. Le curiose coincidenze capitano in realtà anche nella vita di tutti i giorni, ma forse durante un’escursione, quando c’è meno rumore e si è più focalizzati, o anche semplicemente più esposti, si notano di più. Soprattutto quando, come abbiamo sperimentato, salvano da una bufera!

Sarà la nostra mente strutturata per trovare una connessione fra le cose, oppure c’è un significato più profondo. Non so dirlo, però trovo suggestiva l’ipotesi che, come i segnavia su un sentiero indicano la destinazione, le coincidenze possano essere una sorta di segnavia del destino. A voler scomodare Jung e la sua sincronicità, forse parlerei di “sincrovia”.

Ok, dopo quest’iperbole, mi fermo qui: forse Urania mi sta influenzando troppo, vado a leggermi Dostoevskij ;-)

Ritorno sull’Alta Via

Almeno con il pensiero, ritorno sull’Alta Via. Rivedo il sentiero, le dolci valli, le amate montagne. In una sorta di realtà aumentata, per compensare magari quella un po’ diminuita della città, mentre oggi cammino sul cemento, e nei pressi non ci sono marmotte e stambecchi, ma sfreccianti esoscheletri d’acciaio.

Forse non mi sono accorto che il trekking continua, senza zaino, senza affascinanti panorami, su un percorso solo apparentemente conosciuto e suadentemente confortevole. Eppure questo pensiero poco mi consola, perché ho nostalgia della vita vissuta appieno, in luoghi dove il superfluo non ha giurisdizione e la semplicità è il massimo lusso.

Immaginavo inizialmente di riassumere l’Alta Via 1 con i dati, riferendomi a chilometri, dislivelli, tempi, tappe: qualche informazione la troverai qui nel diario. Ripensandoci, posso solo consigliarti di percorrerla. Si tratta di un bel trek, da affrontare il più leggeri possibile, ma non con leggerezza. Ti troverai infatti al cospetto dei Giganti.

Frammenti di Viaggio

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Sono le tonalità più tenui d’azzurro a circoscrivere il profilo del Lago di Tsan (2.442 m.), nell’alto vallone di Torgnon, alle falde della Cima Bianca (3.009 m.).  E’ uno specchio d’acqua dai colori pastello, con tonalità cangianti, capaci di volgere dagli azzurri ai celesti, passando per i verdi, ma che, nelle giornate più uggiose,  veste i toni più scuri e uniformanti di un blu intenso a riflettere il confondersi dei nembi. Pare quasi incastonato nella pietra, stretto fra splendide cime alpine,  ma ciò non impedisce ai prati di provare a fendere le pietraie intorno e arrivare a riflettersi sulle trasparenze delle acque non profonde delle sue rive, proprio lì dove un gorgogliante torrente  in cerca del fondovalle lo anima ad ogni attimo di nuova vita.

I celesti e gli azzurri tornano a mescolarsi, appena smossi contro i verdi della cornice prativa.  L’erba sottile pare non rendersene conto. Intenta a risalire una dorsale rocciosa che vuole a tutti i costi arrivare a toccare il cielo, prova a scavalcare  i colli gibbosi che paiono anch’essi rincorrersi nel provare a raggiungere la culla di un antico ghiacciaio. Nugoli di rocce affioranti paiono godersi il mosaico di forme e colori di quest’angolo nascosto dell’alta Valle, dove un escursionista non può non fermarsi e sostare. Senza pensieri perché è sufficiente sentire addosso. E’ il Lac de Luseney (2.560 m.). A pochi passi dai giochi di luci ed ombre delle acque cristalline, ora timide, ora vanitose, alla base di linee di cresta che paiono correre l’una incontro all’altra, fino a toccarsi, si trova il Bivacco Luca Reboulaz, anch’esso incastonato nella culla di pietra, sotto la Becca de Luseney  (3.504 m.). Alle sue spalle aspri profili rocciosi e  imponenti coltri detritiche , portano tonalità più scure che tagliano i verdi per poi lasciarsene incorniciare. Un corso d’acqua vibra fra la roccia e il timido terriccio per proseguire la sua corsa  a piccoli salti e, infine, lanciarsi con decisione, incontro ai verdi più brillanti della sottostante vallata.

Le belle finiture del bivacco di pietra Umberto Rosaire et Marco Clermont (2.700 m.) si mimetizzano perfettamente nel paesaggio roccioso. Un ampio spazio erboso ospita tavoli di legno e panche robuste da cui è possibile godersi il silenzio che parla, di un paesaggio solo all’apparenza immobile. Vicino, poco più in basso, si stiracchia il Lac de Champanement, dalle acque color cobalto, alimentato dai nevai che nella stagione invernale si allungano in questa  conca nascosta nella montagna.  Il bivacco si trova alla sommità del vallone di Chaleby, su un piccolo colle inerbito che si ferma a monte ai margini di contrafforti rocciosi e pietraie, mentre  a valle, con un ripido pendio, raggiunge il profilo evidente del lago, stretto nella sua cornice di pietra bianca. Qui nelle giornate migliori, cerchi di un azzurro più intenso abbracciano anelli dal celeste più tenue. Lo specchio d’acqua è posato proprio in prossimità del bordo del pianoro che guarda al fondovalle e ai boschi sottostanti che si lasciano apprezzare sui tratti più esposti della vallata. Lo fa attraverso una mezzaluna rocciosa dove  le nubi spesso gareggiano con un orizzonte di azzurri. Il paesaggio si lascia abbracciare integralmente durante la ripida risalita verso il col de Vessonaz  (2.793 m.),  da dove l’alta Via n.1 prosegue in direzione dell’alpeggio Betendaz e del centro abitato di Oyace (1.397 m.).

Quelli che ho provato a descrivere, sono solo alcuni dei luoghi recentemente attraversati da Lucio e Pietro, ripartiti dal rifugio del Lago di Barmasse sul versante occidentale della  Valtournenche.  Ho provato a raccontarli, con quadri di parole che non renderanno mai giustizia all’esperienza, ma che mi aiutano a  sentirmi un po più dentro il viaggio e i resoconti dei protagonisti (qui il link con le immagini e le considerazioni dei nostri trekkers).