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Il portafortuna della coccinella

E’ mattina, nel cuore del Supramonte.
Accingendomi ad uscire dalla tenda, sul bordo del telo noto una coccinella che si dirige alacremente verso l’ingresso. Per evitare di calpestarla, la riporto delicatamente sull’erba, in un punto sicuro.

Si dice che porti fortuna. Forse la dea bendata si è davvero vestita di una rossa livrea, in quel minuscolo esserino, a ricordarmi che la buona sorte è spesso data da piccole differenze. Come quando entri in un rifugio e pochi secondi ti separano dal diluvio, o quando eviti per pochi centimetri una pericolosa collisione. O quando una vicina mano amica ti salva da una disastrosa, e probabilmente definitiva, caduta (ok, lasciamelo dire, questo è il caso in cui la dea si toglie la benda e vedi il volto della provvidenza).

Da laboriosi trekker sapiens, con Tony e Pete prepariamo la colazione, dissertando al contempo dei massimi sistemi: organizzazioni sociali, esploratori spirituali, visioni del mondo e… è pronto il tè?

Dopo esserci rifocillati, mentre ritiro l’equipaggiamento, ritrovo la coccinella su uno spallaccio dello zaino.

Deve aver fatto un bel percorso…

Cara coccinella, chissà come vedi tu il mondo, e qual è il tuo portafortuna.
Forse con i tuoi spostamenti, mi stai dando un suggerimento?  

Di certo, condividiamo l’attrazione per l’attrezzatura da trekking ;-)

Abbraccio

“Esiste una sottile paura della libertà, per cui tutti vogliono essere schiavi. Tutti, naturalmente, parlano della libertà, ma nessuno ha il coraggio di essere davvero libero, perché quando sei davvero libero, sei solo. E solo se hai il coraggio di essere solo, puoi essere libero”

Osho

E’ bene dirlo, per evitare equivoci, preferisco ormai la solitudine della libertà, alla prigione rassicurante della menzogna.

E’ bello questo freddo che lacera, perché possa uscire tutto il rumore del mondo degli uomini.

E’ bello questo senso di vuoto e silenzio, dalla ricettività straordinaria, che lascia entrare il coraggio di vivere e, con esso, la voglia di dare  e ricevere un abbraccio profondo, fuori da ogni equilibrio.

E’ bello lasciarsi andare, cadere giù, toccare il fondo e scoprire di essere in cima, proprio lì dove puoi ritrovare tutto il calore dell’essere. 

Orme

“La fine della sofferenza non puo’ comportare un aggiungere, puo’ solo essere un nulla”

Ajhan Brahm

Un passo, e le preoccupazioni cadono, come sabbia, sul sentiero. Una brezza le arrotola in eteree spirali di passato, mentre i miei scarponi sono già oltre.

Un altro passo e i ricordi si stemperano nell’eco, senza voce, di orizzonti lontani, ma non più irraggiungibili.

Non ho una storia. Non ho futuro. Ho solo questo “Me”, al di là di ogni prospettiva. Questo cuore che pulsa, e sangue, e carne, e parole che animano pensieri, densi di un sentire che non mi appartiene completamente perché, forse, sono Io che gli appartengo da sempre. L’urgenza di essere ogni volta all’altezza si stempera nel dilatarsi del paesaggio.

Un passo in piu’ e il brusio mentale si fa silenzio. E non ho piu’ bisogno del barlume di un’idea. Non c’e’ nessuna frenesia, nessun dover arrivare o aver paura di fallire. Nessun timore di disattendere le promesse, divenute istanze, della mia cultura. Finalmente consapevole, quel che sono davvero, si svincola dal “programma di successo del mio condizionamento”.

Le mie gambe, orgogliose nella loro precarietà, si stagliano dentro l’infinito, ma è la terra che mi sostiene e l’aria intorno, è il gioco di vuoti e pieni.

Sono tutto. Sono niente.

Non ho bisogno di essere Io quando non c’e’ più alcuna distanza da coprire.