Alpi Marittime: da Entracque a Sant’Anna di Valdieri

“Anto, prova a dare uno sguardo a questo Trekking del Lupo, nel cuneese”.

Luke mi da la sveglia. In quest’inizio d’estate 2012 non sappiamo proprio dove andare e il tempo stringe.

Inizio a frugare sulla rete: relazioni, immagini, frammenti di mappe.

“Però, niente male questo trekking!”

Si. Sembra ottimo. Collego vallate e dorsali e i saliscendi diventano “abbastanza”. Non è proprio la versione originale del “Trekking del Lupo” ma possiamo partire.

Primo giorno: Entracque

Alghero-Torino, poi Cuneo, dove cerchiamo disperatamente delle ricariche di gas per il nostro tecnologico fornellino. Riusciamo nell’ardua impresa appena prima di salire sul mezzo della Benese Tour che ci porta sempre più in alto: Borgo San Dalmazzo,  ancora in pianura, poi Valdieri, già in Val Gesso. Infine, Entracque, splendido paese alle pendici delle montagne, dove ci concediamo una notte all’Hotel Miramonti nonostante il timido tentativo di Lucio di portarmi in un camping.

No, proprio non riesco a fare lo spartano nel cuore della civilization.

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Entracque ci sorprende. Per i suoi colori. Per la mostra “Uomini e Lupi”. Per la gentilezza della gente del posto e le belle ragazze del centro informazioni turistiche. Ci comunicano che all’interno del Parco è possibile piazzare la tenda ed è musica per le nostre orecchie. Siamo in  paradiso. Festeggiamo la buona notizia con un ottimo pasto al Vecchio Mulino, appena fuori paese, al termine di una bella passeggiata. Non prima, però, di aver preso contatto con l’utilissimo servizio navetta, che domani ci porterà più in alto, oltre il serpeggiare del grigio asfalto, in corrispondenza dell’attacco del nostro trekking.

Queste montagne già ci piacciono.

Secondo giorno: Entracque (872 m.); San Giacomo  di Entracque (1.213 m.);  Vallone della Barra;  Piano del Praiet (1.812 m.) con il sovrastante Rifugio Soria-Ellena (1.840 m.); Vallone di Fenestrelle  (Gias Alvè – ruderi)  1.840 m.

Ci corrono intorno i boschi tagliati dall’asfalto e gli impianti idroelettrici che abbracciano il torrente provando a trattenerlo. Poi sempre meno civilization e sempre più montagna. Eccoci. Siamo arrivati. Zaino in spalla. Stavolta per davvero.

Da San Giacomo d’Entracque una carrareccia ci guida dentro un bosco di faggi. Qualche tornante in salita, una cascata, poi paesaggio più spoglio.

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Il bosco si dirada man mano che ci avviciniamo al Piazzale dei Cannoni (1.433 m.). Camminiamo in silenzio nel regno delle marmotte, sempre accanto al torrente, il Rio Gesso della Barra.  Ampi tornanti ci fanno acquistare un discreto dislivello, ma ogni volta che ci è possibile tagliamo per tracce di sentiero, sempre più alte sul corso d’acqua.  Arriviamo, con il sole già alto, all’accogliente Piano del Praiet, nel cuore di un’ampia conca pascoliva, ai margini della quale, più in alto, si trova il Rifugio intitolato agli alpinisti cuneesi Edoardo (Dado) Soria – Gianni Ellena. Siamo alle pendici del Gelas.

La giornata è uggiosa ma non fa freddo. Facciamo un break dentro il ricovero invernale appena riattato, almeno parzialmente. I ragazzi del CAI hanno fatto un bel lavoro.

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Splendida vallata. Poca gente. Ci rimettiamo in marcia.

Non puntiamo all’invitante testata della valle. Scegliamo invece un sentiero laterale in costante pendenza che si arrampica senza sosta sul Vallone di Fenestrelle. I lunghi e spogli tornanti attraversano un paesaggio di prati e roccia, che ci si stringe attorno man mano che prendiamo quota.

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Non c’è proprio nessuno. Bello questo senso di solitudine che riempie.

Piove. E’ un temporale. Eccolo che smette. Si allontana. Siamo stanchi e bagnati. Ora il freddo si sente. Facciamo finta di vedere una piazzuola per la tenda ai margini di un belvedere. Non è comodissimo ma la gloriosa Blow Lite è piazzata.  I ruderi di Gias Alvè non sono lontani. C’è una pace incredibile.

Terzo Giorno: Gias Alvè – ruderi (1.840 m.);  Gias Balmetta – ruderi (2.157m.); Lagarot di Fenestrelle e Ricovero di Fenestrelle (ruderi); Colle di Fenestrelle (2.463 m.); Valle della Rovina;  Rifugio Genova-Figari (2015 m.); Passo Brocan (2.892 m.); Laghi sotto il Brocan.

Prime luci dell’alba. Voglia di camminare e guardarmi intorno. Scarponi. Prato. Umido. Verdissimo. Poi una dorsale rocciosa. Mi ci arrampico. Un antico ricovero. Ruderi. Anche qui, fra poggi che si lanciano nel vuoto. Incredibile. Resto a lungo a guardare le nubi levarsi dalla vallata e lasciar spazio a sempre più ampi ritagli di sereno, dentro un paesaggio di cui il mio sguardo è padrone. Spettacolo. Potevo star fermo e invece no, eccomi qui. Bello. Mi sento bene.

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Torno alla tenda. Colazione a base di latte condensato e biscotti. Poi ripartiamo, fra nubi  più rade, passando attraverso le vicine pareti rocciose, per angoli di nuda pietra che cingono però splendidi prati, ideali per campeggiare. E’ il Lagarot di Fenestrelle. Non c’è acqua, ma evidenti sono le tracce del lago che qui si forma ad inizio stagione. Ancora vestigia del passato. E’ la caserma intitolata all’alpino Angelo Bortolo.  Poi il Colle, con i suoi laghetti glaciali. Da qui ci si affaccia sulla Valle della Rovina di fronte al massiccio dell’Argentera. Alla sua base, di un celeste intenso, risalta il bacino artificiale  del Chiotas.

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Nascosto, poco distante si trova il   Rifugio Genova-Figari (2.015 m.), cinto dai corsi d’acqua che, testimoni di una natura indomita,  si lanciano agguerriti contro la diga.

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Lo raggiungiamo al termine di un’estenuante discesa per tornanti via via meno spogli. Pranziamo, per poi riposare davanti alle trasparenze del Lago di Brocan.  Il cielo non promette niente di buono.

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Non ci lasciamo intimorire e  ripartiamo. Costeggiamo il lago, poi saliamo per ampi poggi erbosi, lasciandoci alle spalle uno sfondo magico.

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Siamo al bivio tra il Passo della Rovina e il Passo Brocan, ai margini di un angolo incantevole per campeggiare. Stoicamente continuiamo a salire. Il sentiero si complica, diviene più aspro e meno intuitivo, a volte scivoloso. Raggiungere il Brocan (2.892 m.),  per un pendio che si fa sempre più ripido, non è una passeggiata.

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Il pomeriggio corre e si fa sera. La meta continua a sfuggirci come dentro un incantesimo. Ogni apparente valico, diviene l’ennesima conca rocciosa coperta di nevai. Nient’altro che  un’ulteriore, estenuante, tappa verso la cima, lungo accidentate pietraie. Svalichiamo  che è ormai quasi notte.

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Il paesaggio è lunare e si allarga in un anfiteatro roccioso. Ci muoviamo alla luce delle lampade elettriche. Il nostro timido tentativo di seguire il sentiero non riesce. In fondo amiamo perderci, perché sappiamo che smarrirsi, a volte, porta a trovare. Ma non ditelo a nessuno. Non abbiamo punti di riferimento sicuri. In basso però occhieggiano degli specchi d’acqua. Sono alla base di una enorme frana. Immaginiamo si staglino su un pianoro, per cui preferiamo affrontare, a tentoni, il labirinto di blocchi per sfuggire al buio deserto di pietra che ci circonda.  Sono decine di metri di faticoso avvicinamento, sempre con il pesante zaino sulle spalle, ma alla fine raggiungiamo i laghetti e ci sdraiamo, esausti, ma soddisfatti, su dei piatti lastroni di pietra, sotto un cielo senza stelle. Ridiamo. Non troviamo quaggiù i prati che auspicavamo, ma solo roccia e pendenze sulle quali diviene impossibile sistemare la tenda. Provo a trovare un angolo fruibile in quell’enorme labirinto di  guglie, gradoni e frane. Niente da fare. E’ una missione impossibile.  Con i miei tentativi non risolvo granché. La notte mi confonde e rende ancor più enigmatici i passaggi. Lucio mi chiama. Ha trovato una piazzuola. Sembra fruibile.  Proprio lì, nei pressi dello sconfortante luogo dove abbiamo posato gli zaini, vicino a un laghetto, nascosto da grossi blocchi. E’ fatta a pennello per la nostra Blow Lite. Montiamo il campo quindi mangiamo sotto un cielo che improvvisamente si rasserena, offrendoci lo spettacolo di una tela di stelle. La Via Lattea, alla fine, ha deciso di vestirsi a festa stanotte. E’ un buon auspicio. L’ennesimo regalo di queste montagne che, nel profondo dell’anima, ringraziamo, con l’orgoglio di essere arrivati quaggiù, fuori pista ma a diretto contatto con il cuore pulsante di questa terra viva.

Quarto giorno: Laghi sotto il Brocan; Lago di Nasta (2.800 m.); Rifugio Remondino (2.430 m.);  Rifugio Regina Elena (pressi) 1.800 m.

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Di primo mattino scelgo ancora una volta di guardarmi attorno. Alla luce del sole seguo, in discesa, l’ampia gola rocciosa dentro la quale ci siamo infilati.  Individuo numerosi reperti bellici aggrediti dalla ruggine. A quanto pare  la guerra è passata anche da qui. Trovo un torrentello, quindi una piccola cascata, sempre sulla nuda roccia. Mi costringo a rientrare nonostante il desiderio di seguirne il corso.

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Colazione. Poi, passo dopo passo, l’ideale linea che disegniamo nel caotico amalgama di grossi blocchi, ci porta ad intercettare il sentiero, ad una quota più bassa rispetto a dove l’avevamo lasciato la notte precedente.

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Ottimo. Molliamo gli zaini per andare a vedere il Lago di Nasta (2.800 m.) nella sua cornice rossastra. E’ il lago più alto delle Alpi Marittime. Nei suoi pressi individuiamo comode piazzuole per le tende, circondate da muretti a secco che le proteggono dal vento. C’è anche un bastione panoramico. Ne approfittiamo per goderci lo splendido colpo d’occhio sulla vallata in lontananza.

Recuperati gli zaini possiamo riprendere la discesa, per una ripida china detritica che si addolcisce solo in prossimità del Rifugio Remondino (2.430 m.), dove ci fermiamo per pranzo.

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Dal  balcone naturale sul quale ci troviamo ci  è possibile scorgere, sui lontani contrafforti della vallata, le tracce di sentiero che, durante la prossima tappa, ci porteranno al cospetto dei bellissimi Laghi di Fremamorta.  Ancora discesa, interminabile, per stiracchiati e serpeggianti tornanti. Inizialmente immersi in un paesaggio roccioso, quindi, in corrispondenza di una suggestiva rete di torrenti, in mezzo al bosco.

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Il pianoro che circonda il Rifugio Regina Elena (1.800 m.) è favoloso, costellato di laghetti circondati da fine erbetta e qualche albero, incastonato in un paesaggio bucolico, acceso dal fischiettare delle marmotte-sentinella. Optiamo per non fermarci al Rifugio dal momento che qui arrivano le auto, alcune delle quali in sosta sulla sterrata di fondo valle.  Attraversiamo la torbiera e prendiamo quota sul versante opposto.

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Il pendio è molto ripido e, a sera inoltrata, non abbiamo ancora, un luogo per sistemare la tenda. Fatichiamo a trovarlo per infine sistemarci, accanto al sentiero che conduce al Colle di Ciriegia (2.543 m.),  al confine con il territorio francese. Il luogo, ai margini di un accumulo di grossi blocchi che nascondono il corso di un torrente, non è affatto accogliente, ma sappiamo accontentarci, anche perché siamo proprio accanto ad una sorgente e abbastanza lontani dal fondovalle.

Quinto giorno: Colle di Framamorta (2.615 m.); Laghi soprani di Fremamorta (2.374 m.); Bivacco Guiglia  (2.487 m.); Lago Mediano di Fremamorta (2.380 m.), Lago Sottano di Fremamorta (2.359 m.);  Colletto di Valasco  (2.479 m.); Valle Morta;  Rifugio Emilio Questa (pressi) 2.388 m.

Splendido lastricato militare. Ci porta in alto fino al bivio per il Bivacco Guiglia, al quale preferiamo la più ripida salita per il Colle di Fremamorta, attraverso prati scoscesi che si stringono in un canalone detritico.

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Svalichiamo al centro di un anfiteatro roccioso dominato da una fortificazione. Qui si trova uno splendido lago dove ci riforniamo d’acqua, per poi sostare e scrutarne le incredibili trasparenze,  prima di rimetterci in marcia.

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Il  sentiero, adesso, è spettacolare. Passa attraverso due incredibili  specchi d’acqua, che quasi si toccano, tenuti assieme da un chiassoso torrentello dalle limpide acque.

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Proseguiamo, lasciandoci alle spalle degli inospitali  ruderi militari, per andare incontro al Lago Mediano, nei pressi del Bivacco Guiglia.

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Da qui la via passa per il Lago Sottano per poi raggiungere il colletto Valasco, 2.429 m. Seguono le distese desolate della Valle Morta, regno della nuda pietra.

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Ci porta ai margini di un fantastico bosco che fa da cornice alla vallata. Qui deviamo a sinistra per chi osserva il fondovalle,  su un bel sentiero laterale, che risale una gola animata dallo scrosciare di una cascata nascosta. Lungo il percorso un misterioso ometto di pietra ci invita ad affacciarci su un angolo segreto della montagna, un ampio anfiteatro di eleganti guglie rocciose, davanti al quale sostiamo prima di riprendere il cammino verso il Rifugio Emilio Questa.

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Superiamo lo sbocco del Vallone di Prefouns, che arriva dal versante francese, per fermarci su un comodissimo prato sospeso sul Pian della Casa del  Re, nei pressi di una sorgente.

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Sesto giorno: Rifugio Emilio Questa (2.388 m.); Lago del Claus (2.344 m.)  Lago inferiore di Valscura 2.274 m.; Laghi di Valrossa; Colle Est della Paur (2.890 m.), Laghi sotto la Rocca della Paur.

Puntata al rifugio. Si affaccia sul Lago delle Portette di fronte all’omonimo Passo  (2.557 m.) alla base di un canalino di sfasciumi che,  se attraversato, porterebbe ad affacciarsi, ancora una volta, sulla vicinissima Francia.  Facciamo colazione per poi reimmetterci sulla estesa rete di sentieri e strade militari che ci ha condotto fin qui. Passiamo accanto al Lago del Claus (2.344 m.), poi ancora pietra e prati e torrenti, fino alla Valscura e ai suoi laghi con le strutture militari in rovina.

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Il sentiero, a tratti lastricato, che ci accompagna fin qui, è uno spettacolo. Davvero incredibile l’opera degli alpini fra queste montagne.

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Ci fermiamo per attingere a quel che resta delle nostre provviste,  proprio di fronte al Colletto di Valscura (2.520 m.).

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Lasciamo che si nasconda  alle nostre spalle mentre procediamo in direzione del fondovalle. Ma solo per qualche decina di metri. Non scendiamo, infatti, al Vallone del Velasco e alla Reale Casa di Caccia (1.763 m.) ma prendiamo un evidente sentiero,  che, alla quota di  2.200 m., risale ripido  per tornanti assolati, intercetta un laghetto, quindi prosegue a mezza costa, interminabile, fino ai Laghi inferiori di Valrossa (2.504 m.).

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Ci prendiamo una pausa prima della splendida risalita a gradoni verso la cornice rocciosa che cinge la piccola valle, per poi rimetterci in marcia, accanto al corso del torrente, fino ai Laghi superiori di Valrossa (2.610 m.).

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Seguono dei passaggi su pietraia all’apparenza insuperabile, e  una ancor più ripida china detritica, quasi verticale alla sommità, che ci consente di svalicare, altissimi, in corrispondenza del Colle Est della Paur (2.890 m.).

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Scendere dall’altra parte tra grossi massi, coltri detritiche e residui nevai, è tutta un’altra storia. Eppure, pazientemente, nonostante la stanchezza,  riusciamo ad avere la meglio sul dedalo di pietra che ci accoglie.

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Non appena la pendenza si attenua ci affacciamo su un lago straordinario, di un azzurro intenso, per poi tornare a perdere quota su un sentiero finalmente più comodo. Ci accompagna nel cuore di una conca rocciosa tappezzata di suggestivi laghetti, sempre al cospetto della Rocca della Paur.

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Stanchissimi, ci fermiamo qui per la notte.

Settimo giorno: Laghi alla base della Rocca della Paur; Colle della Valletta (2.488 m.); Lago soprano della Sella; Lago Sottano della Sella e Rifugio Livio Bianco (1.910 m.); ex Case Reali del Chiot  (1.700 m.); Gias del Prato  (1.529 m.); Tetti Paladin (1.326 m.);  Tetti Biaisa  (1.224 m.);  Tetti Bariau (Tàit Bariau) alla quota di 1.160 m.

Iniziamo la nostra giornata ricomponendo gli zaini, per poi lanciarci  nell’esplorazione dei numerosi specchi d’acqua, separati da cornici rocciose e prati verdissimi.

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Ammiriamo, in tal modo, da posizione privilegiata la  Rocca della Paur fasciata dalle gigantesche pietraie.  Prima di  riprendere la marcia  incontriamo una coppia di escursionisti che ci raccontano della Valle Stura, della Val Varaita, della Val Maira e delle meraviglie che si possono incontrare, continuando a viaggiare, scarponi ai piedi, per queste magiche montagne. Sapremo fare tesoro dei loro suggerimenti. 46_entr_oltre_colle_paur

Splendida la discesa, per laghetti e piccole valli, fino al Colle della Valletta (2.488 m.) che si apre sullo spartiacque tra le valli Gesso e Stura.

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Da qui in breve siamo al Lago Superiore della Sella (Lago soprano della Sella) alla quota di 2.329 m.

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E’ lo specchio d’acqua che ieri osservavamo dall’alto dei versanti, ed è il bacino naturale più grande delle Alpi Marittime.

Sostiamo in corrispondenza della  sottostante cascata, azzardando una doccia refrigerante, per poi raggiungere, in discesa, il Rifugio Livio Bianco (1.910 m.) ai margini della conca del lago Sottano della Sella (1.882 m.).

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Premiamo con un sontuoso pranzo le fatiche della mattinata, quindi riprendiamo a scendere verso Sant’Anna di Valdieri.

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Emozionante il rientro attraverso il canalone del Rio della Meris, passando da un paesaggio roccioso al bosco, tra i  faggi e i castagni, con il torrente che man mano che scendiamo acquista in vigore, approfondendosi nel suo greto di roccia. E’ tarda sera quando, ormai in prossimità del centro abitato, un sentiero nel bosco ci guida al borgo abbandonato di Tetti Bariau.

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Qui, nella piazza del paese, vicino al forno comune, sistemiamo una volta ancora la nostra tenda, per l’ultima notte sulle Marittime.

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Ottavo giorno: Tetti Bariau (Tàit Bariau), 1.160 m.; Tetti Bartola (1.103 m.), Sant’Anna di Valdieri (969 m.)

Rientriamo con calma, girando per i boschi e gli stazzi abbandonati, oggi parte integrante di un percorso didattico che seguiamo per l’antica rete di sentieri, scavalcando gorgoglianti torrenti e rifornendoci alle frequenti sorgenti.

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Arriviamo a Sant’Anna di Valdieri (969 m.) a metà mattinata. E’ la fine di un trekking eccezionale, a cavallo fra fiaba e realtà.

Abbiamo scoperto un mondo. Torneremo a trovarlo.

Cartografia: Carta dei sentieri 1:25.000 – Parco Naturale delle Alpi Marittime – Cartoguida 1 – Blu Edizioni  www.bluedizioni.it