Alpi Marittime: da Pontebernardo a Chiappera

Primo giorno

Il tempo non promette niente di buono, ma la montagna è vicina e ci chiama a se.

E’ quanto basta.

Un arcobaleno accarezza le chiome degli alberi dei boschi più bassi, mentre risaliamo per pascoli sempre ampi, fino a un promontorio roccioso.

Lungo il cammino ci imbattiamo nei ruderi di antichi casolari. Sono i resti del Villaggio di Servagno (1.736 m.), borgata distrutta dalla guerra nazifascista.

Un acquazzone, improvviso, sferza il sentiero che serpeggia verso l’alto. Lui, indifferente, si arrotola per prati di fronte ad un crinale boscoso. Una capanna fa capolino fra le tonalità scure dei verdi. E’ chiusa. Il gorgoglio di un vicino ruscello è un richiamo al quale scegliamo di resistere per continuare a salire verso il Lago Oserot (2.308 m.), ora meta obbligata.  Una scritta sulla pietra ci conforta. E’ quasi un’intimazione: “Sempre Avanti!!!”.

La vallata diviene meno ripida, distendendosi ancora, tra versanti via via più lontani. Lo specchio d’acqua compare senza preavviso. Si stiracchia in una culla di terra umida, sfiorata dai prati. Sulle sue trasparenze si specchiano i più alti rilievi  rocciosi e i giochi di luci ed ombre ritmati dal sovrapporsi dei nembi più vicini.

La temperatura è fresca quando sistemiamo la nostra Svalbard per la prima notte quassù. Siamo immersi in un silenzio che accoglie e libera dal frastuono delle nostre culle urbane, lontanissime.

Secondo giorno.

Il sole  fa capolino fra le nubi  per venirci incontro sul sentiero. Costeggiamo il lago prima di lasciarlo alle nostre spalle e puntare alla testata della valle. Più in alto, a mezza costa, una traccia dirupata unisce fortificazioni militari consumate dal tempo.

Lucio e Pietro mi precedono mentre mi fermo a fotografare l’intorno di prati dalle dolci pendenze.

Ancora specchi d’acqua, accanto a radure perfette per l’installazione di un campo: sarebbe stato bello fermarsi qui ieri notte.

Siamo ormai quasi al vertice della valle, sotto lo sguardo austero di ciò che rimane di ricoveri militari e mulattiere. Un sentiero militare, poco prima del Colle Oserot (2.641 m.), retroverte fino all’imbocco del Passo di Rocca Brancia (2.606 m.) alla base dell’omonima cresta.

Taglia il contrafforte roccioso che fa da spartiacque tra la Valle Stura e la Valle Maira, per poi aprirsi nell’anfiteatro scosceso della Fonda Brancia. Conca prativa dove i grigi  cingono i verdi.

Un sentiero circoscrive l’incavo fra le montagne, descrivendo un ampio semicerchio. Fronteggia il pianoro verde dell’Altopiano della Gardetta. Splendido, nonostante la Rocca La Meya (2.831 m.) e le sue guglie siano coperte dal rincorrersi di  nubi dispettose che mascherano la fantasia dei rilievi.

Perdiamo quota agevolmente. Intercettiamo una caserma in rovina prima di toccare il fondovalle attraversato dai corsi d’acqua che, in piccoli gorghi, si perdono fra i ciuffi d’erba.

Un acquazzone distende le sue tele grigiastre attorno agli spazi sconfinati  che ci fanno da paesaggio.  Osserviamo lo spettacolo dalle finestre del Rifugio Gardetta (2.335 m.), dove possiamo concederci un pasto caldo e uno sguardo alla cartina.

Le condizioni meteo avverse paiono concedersi una tregua. Ne approfittiamo per rimetterci in moto. Risaliamo al Passo della Gardetta (2.437 m.) per una carrareccia e svalichiamo seguendo le indicazioni per Pratorotondo – Chialvetta, in direzione del sottostante Prato Ciorliero.

Perdiamo dislivello  attraverso balze verdi che ospitano quel che resta di opere militari scavate nella roccia, appartenenti al vallo alpino e risalenti al secondo conflitto mondiale.

 

La vegetazione, sempre più fitta, ci si stringe attorno mentre procediamo fra le nubi basse e la coltre di pioggia, accanto ad un torrente che borbotta dal basso.

Prato Ciorliero (1.955 m.).

Scendiamo ancora un poco, per una sterrata zuppa di pioggia, fino all’attacco, sulla sinistra, di un sentiero, nei pressi del quale fa capolino una fortificazione nascosta fra i verdi. E’ la svolta per il Passo Escalon. La direzione è quella per i fantastici Laghi di Roburent, meta della prossima tappa. Qualche stretto tornante in salita ci porta in corrispondenza di un bell’anfratto prativo ai margini del bosco. E’ qui che dormiremo stanotte.

Terzo giorno.

Ci guardiamo intorno prima di proseguire sul bel sentiero in mezzo ai sempreverdi e raggiungere  un poggio panoramico che domina il Prato Ciorliero e i suoi ruderi.

A questo punto risaliamo un crinale, attraversato da un ruscello, per immetterci in una splendida vallata. Il passo è spedito. La pendenza non è  sensibile e lascia il tempo allo sguardo di provare ad indovinare dove svalicheremo. Un ampia curva a destra, poi ascesa decisa. Impegnativa. E’ il Passo dell’Escalon (2.415 m.) e ci porta dentro una gola rocciosa, costellata di qualche nevaio e laghetto. Un teatro di pietra da cui è possibile osservare l’inseguirsi delle vallate sottostanti.

E’ solo la roccia a farci compagnia fino ai 2.614 m. del Colle della Scaletta. Non scendiamo nelle sottostanti distese verdeggianti, per salire faticosamente sul ripido crinale, a  destra di chi lancia lo sguardo sulla vallata dei Laghi di Roburent.

Siamo sul  sentiero Roberto Cavallero marcato con segnavia rosso e blu, colori per noi familiari. Quasi ci arrampichiamo per roccette, proprio di fronte ad un fortino sul contrafforte opposto del valico.

Un tunnel artificiale ci costringe ad accendere le lampade elettriche per qualche metro. Segue un paesaggio selvaggio, fra guglie dalle forme curiose, trincee che si approfondiscono nella pietra, terrazzamenti naturali, e ripidi pendii da traversare su cenge aeree, a tratti attrezzate. Tutto attorno un paesaggio di verdi e celesti, un gioiello incastonato tra i chiaroscuri della montagna.

Lungo il percorso sostiamo sulla cresta del  Monte Scaletta (2.840 m.) cui seguono, in un continuo saliscendi, fantastici traversi sulle aspre pietraie che segnano il confine tra la Valle Maira e la Valle Stura.

Il Roberto Cavallero è sublime. Regala scorci da favola  attraverso i quali arriviamo a toccare da vicino splendidi specchi d’acqua. Prima il Lago Mediano di Roburent (2.367 m.)  poi il Lago Superiore (2.496 m.).

Vi è accampata una nutrita comunità di ragazzi per cui, dopo una sosta ad una provvidenziale sorgente nel suo tratto mediano, puntiamo verso il fondo del lago, nascosto dai colli. E’ un posto magico dove sistemare il campo, circondato da una fitta   rete dei torrenti, lanciati verso gli azzurri da distese erbose perfettamente pianeggianti. E’ incredibile la montagna, mai uguale a se stessa.

Quarto giorno.

Il mattino è uno straordinario gioco di riflessi che porta a spasso i pensieri e tiene solo la voglia di restare.

Non è semplice abbandonare questo luogo paradisiaco.

Ripartiamo che il sole è già alto.

Un ripido crinale, poi prati a perdita d’occhio. Verdissimi, nascondono laghetti e ruscelli. Lasciamo che ci si stringano attorno fino al Colle di Roburent  (2.495 m.) sul confine italo-francese. Dall’altra parte, quasi ad attenderci,  un lago, dalle straordinarie opalescenze, l’ennesimo gioiello di una magica collana di specchi d’acqua tenuti assieme dal gorgoglio dei torrenti.  E’ il Lac d’Orrenaye  (2.411 m.) con il Col De la Gypiere d’Orrenaye  e i rilievi de La Meyna alle sue spalle.

Costeggiamo il placido confluire e scindersi dei rivoli dal celeste argenteo, fino a  sfiorare un laghetto e cominciare a salire verso il Col de La Gypiere de l’Orrenaye   (2.482 m.).

Pace nel passo, nello sguardo, nel respiro. Meraviglia nel cuore e nella testa. Sembra quasi di volare con i piedi per terra. Tagliamo verso la linea di cresta, lì dove assume i contorni del sorriso di un ampio valico. Un lago, in lontananza, attira la nostra attenzione. Un bel sentiero tra i colli taglia i verdi.  Rifugge le praterie che portano al fondovalle per puntare deciso al vicino Colle delle Munie ( 2.531 m.) dal quale dipartono, sugli opposti versanti, i sentieri verso Chiappera in Italia e Larche in Francia.

Abbandoniamo l’idea di un’andata e ritorno al Bivacco Bonelli (2.323 m.) e al vicino Lago di Apsoi (2.303 m.) per spostarci verso il Lago Reculaye e la sua splendida conca  (2.503 m.) alle pendici del Monte Soubeyran, risalendo a vista un torrente nutrito da numerose sorgenti.

E’ alle spalle dello spettacolare specchio d’acqua, in una valle nascosta, che sistemiamo la nostra tenda. La montagna ci premia con quest’oasi incantevole, immersa nel silenzio. Non abbiamo fatto troppa strada, ma non importa perché è bello non avere tabelle di marcia da rispettare.

Quinto giorno.

Torniamo sui nostri passi, prendendo la direzione verso Larche (1.675 m.).

Lucio e Pietro seguono a ritroso il sentiero per il Colle delle Munie  (Col Des Monges) per poi tagliare verso il fondovalle. Io seguo per un po’ il torrente che si inforra. Procedo ai margini di una gola sempre più alta e stretta, fino ad essere costretto a riunirmi ai miei compagni che han traversato in alto per colli ondulati.

Durante una sosta, in corrispondenza di una evidente dolina, mi distraggo e, complici il terreno irregolare e lo zaino pesante, mi procuro una distorsione alla caviglia. L’infortunio si fa sentire, complicando la progressione senza tuttavia arrestarla.

Scendiamo lentamente verso il villaggio di montagna francese, costeggiando un bel torrente dalle acque gelide dove frequentemente immergo l’arto dolorante, ritrovando immediato ristoro. Intorno prati fioritissimi che ritemprano l’animo prima di lasciar spazio al bosco.

La valle si restringe sotto lo sguardo austero della Tete De Viraysse e dell’omonima fortezza (la Batteria de Viraysse  alla quota di 2.772 m.). I sempreverdi cedono il passo alla ripida e brulla discesa verso Larche. In breve siamo in paese, nel cuore della Vallee dell’Ubaye. Raccogliamo qualche informazione al centro turistico e ci approvvigioniamo di viveri nel vicino camping. Piove. Ne approfittiamo per una breve sosta prima di risalire al bivio per il Col de Mallemort (2.568 m.). La caviglia, pur dolorante, regge, come la mia ferrea volontà di non cambiare  i programmi.

Il movimento in salita mi è meno complicato che in discesa per cui, sia pur lentamente,  acquistiamo quota, con la  valle che comincia a distendersi in ampi terrazzamenti  a gradoni. La giornata trascorre al ritmo del nostro passo. Pazientemente ci avviciniamo alla linea di cresta, dove un ultimo strappo in forte pendenza, porta ad affacciarsi sui Barraquements De Viraysse (2.504 m.), alla base delle fortificazioni che occupano la vetta della montagna.

Ampi tornanti ci fanno perdere quota, fino a costeggiare le mura del fortino. I toni sordi degli scarponi sul  ponte d’accesso segnano la fine di questa impegnativa tappa. Sarà qui che dormiremo. Non prima però di una suggestiva visita notturna al forte in rovina. La copertura della foresteria di fronte alla piazza d’armi è stata restaurata di recente, per cui la nostra tenda stanotte starà all’asciutto.

Sesto giorno.

Lentamente il fortino sparisce alle nostre spalle. La caviglia si è gonfiata.

Una sorgente, pochi tornanti più in basso di quel che resta dei baraccamenti militari, mi concede l’opportunità di una provvidenziale sosta. Pietro mi offre un antinfiammatorio. Sarà risolutivo. All’ennesimo bivio prendiamo la svolta verso il cuore delle montagne e il Col du Vallonette, rifuggendo la tentazione di ripiegare su St Ours. Scelgo di stringere i denti e di affidarmi al paesaggio che saprà sospingermi come non mai.

Un bel traverso per colli e prati ci accompagna fino al Lac du Vallonet Inferieur (2.432 m.).

Ancora verdi. Erba sottile carezzata dallo scorrere placido di un torrente. Come colori ci  lasciamo assorbire dalla magia di una tela che definisce la tinta e il tratto, l’una sempre più viva, l’altro via via più nitido.

Col du Vallonet (2.524 m.). L’ennesimo specchio d’acqua, il  Lac du Vallonet Superieur  (2.511 m.) ci avvicina al Col de Stroppia (Col de Nubiera). Il forte vento ci invita a  riparare in un’ampia vallata. E’ il Vallon de Plate Lombarde. In discesa stavolta. Porta a Fouillouse, ma non scendiamo tanto in basso, piegando in decisa ascesa verso il Pas de la Couletta e il Refuge de Chambeyron, proprio quando, nel regno dei prati e di torrenti nascosti, cominciano a far capolino, più fitti, i sempreverdi.

La montagna è un labirinto e noi possiamo improvvisare perché non abbiamo una via d’uscita da cercare. Ci piace questo stare dentro che minaccia di disorientare e invece ti fa trovare.

La pendenza si fa decisa. Incrociamo un  casolare quindi solo montagna, selvaggia,  fino all’ennesimo traverso sotto costa, prossimo alla linea di cresta. Segna il passaggio dal verde dei prati all’immancabile teatro di roccia che precede ogni valico montano.

Il Pas de la Couletta (2.770 m.) offre un colpo d’occhio straordinario sul sottostante rifugio e la rete di torrenti che si lanciano  dentro gli azzurri di uno splendido lago alpino. E’ il Lac Premier, circondato dalle margherite che, fiere,  stagliano la loro  sfumatura giallo oro  sotto il cielo plumbeo.

Refuge De Chambeyron 2.626 m.). Quel che rimane degli antichi ghiacciai alpini è molto vicino. Chiudo la porta alle mie spalle e all’esterno, improvviso, si scatena un fortunale. Furibondo. La montagna è stata clemente. Pare quasi ci abbia aspettato. Mangiamo qualcosa poi scegliamo di svalicare. Rientriamo in Italia. La nostra meta è il Bivacco Barenghi, più in alto, nei pressi del vicino confine .

Sotto un cielo che minaccia tempesta ci lasciamo rapire da un paesaggio di una suggestione incredibile. Le piroette dei torrenti saltano i gradoni rocciosi in fragorose cascate, mentre ci addentriamo in un paesaggio lunare. Attorno a noi fan capolino, per poi nascondersi, il Lac Rond  (2.721 m.), il Lac Long (2.783 m.) dalle diverse tonalità di verdi e di azzurri che si fanno celesti, e  il Lac Noir (2.835 m.). Circoscritto da imponenti pietraie imbiancate dai nevai, l’ovale perfetto del Lac de l’Etoile (2.849 m.) è un occhio che ci scruta.

E’ sera inoltrata quando raggiungiamo il Lac des Neuf Couleurs (2.841 m.),  dominato dai rilievi dell’ Aguille de Chambeyron (3.409 m.) e della Tete de l’Homme (3.202 m).  Un sentiero nascosto tra gli sfasciumi conduce al panoramico Col de La Gipyere  (2.927 m.). Siamo nuovamente in Italia. Con cautela scendiamo per roccette e nevai,  fino ad affacciarci su uno splendido lago, di un azzurro intenso, il più grande della Valle Maira, alla testata del Vallonasso di Stroppia.

Posato accanto alle sue sponde scorgiamo il Bivacco Barenghi (2.815 m.) al quale arriviamo percorrendo un’estenuante labirinto di enormi blocchi. Qui incontriamo una coppia di escursionisti con il loro cane.  Mentre all’esterno riprende a piovere, ci faremo compagnia raccontandoci ancora di questi fantastici monti che non stancano mai.

Settimo giorno.

Ci svegliamo di primo mattino per godere della quiete del paesaggio segreto nel quale siamo immersi, civiltà vera, lontano da ogni progresso che non sia profondamente radicato nell’animo. E’ l’alta montagna del sentiero Dino Icardi. Ci porta più in alto, arrotolandosi attorno ai versanti, scavalcando pietraie drappeggiate di neve, ai margini di scorci straordinari.

Lago di Finestra (2.794 m.)  e, poco oltre un anfiteatro petroso,  Colle dell’Infernetto (2.783 m.).  Ora si scende per passaggi attrezzati con catene, cui seguono ripide pietraie fino a degli accoglienti specchi d’acqua. Siamo ai Laghi dell’Infernetto (2.698 m.), nuovamente stretti fra i prati.

Una volta ancora, scegliamo di lasciare alle nostre spalle l’invitante sentiero verso valle,  per risalire a monte e addentrarci nel cuore di un grande canalone. Un ampio arco alla base dei versanti, immette al vertice della vallata apparentemente chiusa da ripidissime pietraie.  Il gorgoglio di un torrente nascosto, unisce tele di celesti nelle quali l’acqua continua a giocare con il cielo. Avanziamo in silenzio come dentro un tempio, tenendo ben accese, nel nostro animo, candele che non si spengono e mettono a nudo   una rinnovata consapevolezza  d’esistere, che qui è fiera certezza.  Un lungo nevaio ci accompagna alla partenza di una ripida pietraia. Sembra infinita. La caviglia è dolorante ma quasi me ne dimentico. Incredibile mi abbia portato fin quassù. Sarà la magia di queste montagne a spingermi oltre confini che si rivelano solo apparenti, dentro e fuori di noi.

Raggiungo i miei compagni. Valico. E’ il Colle Ciaslaras (2.978 m.) offre un colpo d’occhio su paesaggi straordinari,  al vertice di ripidi conoidi detritici.

Discesa su sfasciumi. Impegnativa. Poi ancora saliscendi tra pietraie che non finiscono mai. Colle Marinet (2.784 m.). Il paesaggio si fa meno severo.  I pezzi del puzzle quasi improvvisato si incastrano alla perfezione nell’inseguirsi di scorci fiabeschi. Un ampio arco consente di saltare quel che resta delle nevi invernali riportandoci tra i prati. Non abbiamo fretta. Siamo ai Laghi di Marinet  (2.540 m.).  C’è una cabana nascosta da qualche parte. Eccola.  Accanto ad un torrente dalle acque gelide. Fa freddo, ma siamo arrivati. E’ tutto quel che conta, assieme a questa solitudine che fa compagnia, fra giganti scolpiti nella pietra, che da sempre sfuggono ai riflettori per portartici dentro.

Ottavo giorno.

Giornata splendida. C’è un bel sole. Lasciamo che ci scaldi a dovere prima di ripartire.

Arriva qualche visitatore. C’è anche uno dei costruttori della cabana. Racconta di un tempo passato che qui ritorna. Poi discesa, per prati, fino ad imboccare il torrente che si getta nelle acque cristalline del lago.

Arriva dall’alto, proprio come noi, e  ci fa compagnia per un bel tratto.

Quasi dispiace lasciarlo per  imboccare il sentiero che ci riporterà in Italia attraverso una vallata imponente e coloratissima.

Il passo è sereno. Non ha fretta, denso di buoni pensieri e straordinari propositi per il futuro. Passiamo accanto alla Bergerie Superieure de Mary  (2.375 m.), poco oltre il  cartello che segnala il bivio per il centro di Malijasset  e per il Colle de Mary  o Colle del Maurin (2.641 m.), nostro prossimo obiettivo.

Splendide conche prative ci avvicinano al valico di confine dal quale scendiamo in direzione Chiappera lungo un sentiero in decisa pendenza fra i pascoli che si fanno bosco.

Casolari, tra i verdi, fino ad un camping, il Campo Base, nei pressi delle Cascate di Stroppia, quindi Chiappera. Poi, masochisticamente, asfalto, con gli scarponi ai piedi, fino ad Acceglio dove pernottiamo. Un’ultima notte fra queste montagne, ormai nuovamente nella “civilisation”, ma ancora lontani, dentro ricordi vividi che raccontano dell’ennesimo viaggio, accanto alle sfumature d’argento dei torrenti, nell’anima della pietra e della terra, sotto le stelle, che son poi della stessa sostanza di cui siamo fatti, parte dello stesso identico mistero, sul quale capita di interrogarsi senza ottenere risposte, ma va bene così perché quel che conta è esserci per condividerlo.

Cartografia:

Carta Topografica Escursionistica  – “Alta Val Maira”,  scala  1:25.000 – Fraternali Editore – www.fraternalieditore.com

IGN – TOP 25  Randonnée Et Plein Air  – 3538 ET – “Aiguille de Chambeyron.  Cols de Larche et de Vars”, scala 1:25.000 – www.ign.fr