Dalle Marittime alle Cozie. Direzione Monviso.

Primo giorno.

Chiappera è alle nostre spalle. Una carrareccia passa alta sulla vallata sopra il rifugio Campo Base, nascosto dal folto del bosco punteggiato di tende. Tutto mi sembra diverso a parte il calpestio degli scarponi sul sentiero e lo zaino sulle spalle. Di nuovo in cammino. Ricordo i luoghi, ma non i dettagli. Eppure quello con  il Vallone del Maurin è per noi un ritrovarsi.

Il passo è veloce. Alla  sterrata segue il sentiero in corrispondenza della Grangia Collet, testimone silente di antichi insediamenti agropastorali che, qui, capita, provano a resistere al tempo.

Si sale ancora fino al Lago della Sagna del Colle (2.434 m.). Il percorso si fa più ripido  e si arrampica su una dorsale rocciosa. Ci porta in prossimità del Colle del Maurin (2.637 m.). Siamo ormai all’imbrunire “costretti” ad accamparci pressoché alla cieca, in una conca, accanto ad un arrivo d’acqua. Proviene dalla Sorgente Greta alla quota di 2.663 m.

Secondo giorno.

Appena qualche passo e siamo al Colle del Maurin, Col de Mary nel toponimo francese, sulla linea di confine.  Da qui, dove l’anno scorso avevamo interrotto la progressione per prendere la via del fondovalle, riprendiamo la marcia, destinazione Monviso.  Con una svolta decisa raggiungiamo il Col de la Traverse,  per  poi perderci attraverso immense morene glaciali, in un deserto di pietra che pare infinito e che, costeggiando le pendici della Tete de Cialancioun (3.023 m.) consente di dominare il puzzle di pietra nel quale spiccano, in un rifulgere di azzurri,  i Lacs du Roure.

Tagliamo per sfasciumi, fra cataste di massi instabili, fino ad un pianoro alla base della Tete du Roure (2.973  m.).

Da qui, in facile ascesa, raggiungiamo la distesa  di terra rossastra del Colle di Ciabriera o Col du Roure (2.829 m.) che taglia il versante montagnoso tra il Monte Maniglia e il Monte Cialancioun.

Rifuggendo la tentazione di seguire la direttrice principale del canalone, sulla destra della valle, ci teniamo a sinistra e scendiamo in una goletta, verso il Lago di Ciabriera (2.693 m.), un piccolo specchio d’acqua stretto tra colline inerbite e anfratti rocciosi.

Qui sostiamo per il pranzo prima di raggiungere un altopiano pianeggiante e percorrerlo fin quasi in corrispondenza  di un terrazzamento aggettante. Il percorso non è intuitivo tuttavia ritroviamo il sentiero dietro una svolta, alla sinistra di due  grossi massi affacciati sui vuoti. Una piacevole sella erbosa consente di raccordarsi con la traccia che sale alla vicina cresta dentellata del Monte Maniglia. Noi lo seguiamo in ripida discesa fino ad una vallata dove  il Rio Autaret rumoreggia nel suo correre incontro al Vallone del Maurin.  Stavolta ci tocca inerpicarci per le impegnative pendenze che conducono al  Colle di Bellino (2.804 m.). Siamo sullo spartiacque tra la Valle Maira e la Valle Varaita nelle Alpi Cozie. Ci fermiamo quasi alla sommità del canalone sistemando la nostra Blow Lite su un poggio panoramico al margine di un torrente nascosto tra la pietra scura e alture inerbite dal verde intenso.

Terzo giorno.

Superiamo di primo mattino il breve dislivello che ci separa dalle fortificazioni di cresta alla base del Monte Bellino (2.913 m.). Dal Passo scendiamo verso la Val Varaita, dapprima per ripidi tornanti che segnano le pietraie  quindi, dopo la Grange dell’Autaret, per pascoli verdeggianti  che accompagnano il corso di un fragoroso torrente. Man mano che perdiamo quota  sparuti casolari  fan capolino sui contrapposti versanti. Non sono mai troppo distanti dal corso d’acqua che, improvvisamente, si approfondisce, disegnando sulla tela sinuosa della terra, un paesaggio selvaggio di verdi che si affacciano sulle pareti aggettanti di una profonda gola.

Raggiungiamo in tarda mattinata la località Pian Ceiol (2.074 m.) nel fondovalle, punteggiata dal bestiame  al pascolo. Qui risaliamo la destra idrografica del Torrente Varaita di Rui, addentrandoci nell’omonimo Vallone. I versanti sempre più distanti Allentano la loro morsa sui prati e donano respiro all’altopiano. Sostiamo per pranzo in corrispondenza di un casolare nei pressi della Grange Gulun (2.384 m.) godendoci un panorama fantastico e qualche attimo di meritato riposo prima di riprendere il cammino.

Il sentiero continua a salire senza pendenze esagerate, disegnando un ampio tornante che immette su una splendida distesa pianeggiante. Siamo in prossimità della Grange del Chiot  (2.420 m.) e della Grange Fons du Rui (2.437 m.) nel cuore di un paesaggio bucolico e scacciapensieri che lascia intravedere, sullo sfondo il profilo del Monte Salza  (3.326 m.).

Un ultimo ripido stacco roccioso sulla sinistra, per quanti osservano la testata del vallone, ci porta in corrispondenza di un pianoro dove il torrente scorre placido, alla base di alcune cascatelle nelle vicinanze. E’ il luogo ideale per il campo. Stanotte il nostro passo si ferma qui.

Quarto giorno.

Un sentiero in pendenza risale la cascata sul versante sinistro per quanti si fermino ad osservare i giochi d’acqua, concedendoci una sosta soltanto a mezza costa dove ci fermiamo ad osservare il Monviso in lontananza. Segue l’ennesimo gradone di roccia che porta ad affacciarsi sul Vallon de Rubren dal Passo Mongioia (3.085 m.) sotto l’omonima  cima (Bric de Rubren 3.340 m.).

Il panorama è straordinario. Siamo, sullo spartiacque tra la Valle Varaita e la Valle dell’Ubaye nei pressi del  Bivacco Boerio (3.089 m.). La struttura dalla caratteristica forma ottagonale si riflette sulle superfici azzurre del Lago Mongioie (3.083 m.), il più alto delle Alpi Cozie, smosse da una fitta pioggerellina cui segue, improvviso, un temporale. Ne approfittiamo per pranzare, in perfetta solitudine, all’interno del locale. Le condizioni meteorologiche non sono clementi. Pioviggina ancora quando recuperiamo l’esterno per continuare a salire fra  nubi sempre più dense, che si divertono a nascondere la giusta via tra le pietraie.

Fatichiamo ad orientarci prima di raggiungere il Passo Salza (3.176 m.) e da qui perdere nuovamente quota, stavolta in territorio francese, all’interno del Vallone Du Loup.

Nel vano tentativo di sfuggire all’abbraccio delle nubi che vanno stringendocisi attorno, scendiamo rapidamente nel canalone deserto di pietra scura, fino ad affacciarci sul Lac du Loup (2.778 m.). Lo raggiungiamo solo al termine di un’estenuante ricerca dei  passaggi giusti in un labirinto di sfasciumi. Compare dal nulla e nel nulla svanisce non appena conquistiamo le sponde del lago.

Seguiamo il torrente che dal  Lac du Loup punta alla vallata del Rio Ubaye, in prossimità delle sue sorgenti, per poi tagliare con maggiore decisione, per promontori rocciosi assediati dai prati, in direzione del Colle Longet (2.655 m.).  Il paesaggio è fantastico. I prati immensi lasciano senza fiato nonostante la pioggia che smorza i colori.  Raggiungiamo il Lac Longet (2.641 m.) per gustarci oltre la linea di confine la magia dei Laghi di Bes (2.650m.),  tenuti assieme da incredibili giochi d’acqua.

Sullo sfondo, fra i contorni sfilacciati e sovrapposti delle nubi, la piramide del Monviso. Il luogo sarebbe l’ideale per l’installazione di un campo, ma sotto una pioggia martellante, scegliamo di proseguire nella discesa. Seguendo la rete dei torrenti, incrociamo il Lago Bleu (2.533 m.) adagiato su un bel pianoro erboso e passiamo non distanti dal sovrastante Lago Nero (2.591 m.) fino a fermarci, all’imbrunire, in un’ansa laterale della valle e prendere sonno, nella tenda scossa dal vento, dopo un pasto frugale consumato in balia delle intemperie.

Quinto giorno.

Risveglio tra le nebbie e discesa fiabesca in mezzo al bosco fino al Pian Vasserot e da qui al caratteristico centro montano di Chianale dove ci fermiamo per il pranzo nell’attesa che smetta di piovere. Una  visita al paese è d’obbligo prima di imboccare il sentiero Gian Carlo Crotto che dovrebbe condurci a Pontechianale e al Lago di Castello.

Riusciamo tuttavia a distrarci e a perdere i segnavia, trovandoci ad inseguire le acque sempre più turbolente del torrente Varaita di Chianale, prima di ritrovare il sentiero con una risalita fuori programma nell’intrico di frasche che contornano crinali dalla forte pendenza.

Segue una pineta ed infine l’arrivo in prossimità del Lago di Castello dove anche noi possiamo passeggiare per il frequentato tracciato, fino a Castello di Pontechianale. E’ ormai sera quando ci riforniamo d’acqua alla fontana del piccolo centro, per poi riprendere  la via della montagna in direzione del Rifugio Vallanta. Iniziamo a percorrere l’ampia vallata sotto un cielo plumbeo che ci invita a guardarci attorno e a trovare un anfratto dove sistemare la nostra tenda per la notte ormai vicina. Tagliamo provvidenzialmente per dei casolari abbandonati,  in località Grange Alpet (1.797 m.).

Un vero e proprio insediamento fantasma che ci ospiterà per la notte mentre all’esterno soffieranno forti folate di vento ed infurierà un violento fortunale.

Sesto giorno.

Risalita dello splendido Vallone di Vallanta. A tratti mi ricorda la grandiosità dei Pirenei. D’altronde siamo al cospetto di uno dei Signori delle Alpi. Il tracciato si snoda inizialmente attraverso un bel bosco, supera le evidenti indicazioni per il sentiero “Ezio Nicoli” e il “Bivacco Berardo”, e l’innesto della Gola delle Forcioline, una delle via d’accesso al cuore della montagna e alla scalata del Monviso. Noi proseguiamo sulla traccia principale attraverso i prati, accesi dal rumoreggiare del torrente e dei suoi affluenti e punteggiati di casolari abbandonati. Ci spostiamo con passo sereno per ampi pianori e più ripidi gradoni, fino all’apoteosi della testata della valle velata dalle striature argentee di fragorose cascate, lanciate sul Lago della Bealera Founsa prossimo al Rifugio di Vallanta (2.450 m.).

Qui ci scaldiamo un po’ prima dell’ennesima ripartenza. Siamo  i soli  ad inseguire la montagna. Saliamo sempre più in alto gustandoci  scorci fiabeschi sui Laghi di Vallanta (2.710 m.) e il fondovalle.

Valico. E’ il Passo di Vallanta (2.811 m.). Un deserto di grossi blocchi ci sbarra la strada costringendoci alla lenta ricerca di una via meno scomoda verso il fondovalle.

E’ tarda sera quando, in prossimità del Lago Lestio (2.508 m.), sistemiamo la tenda accanto a grossi massi e ad un improvvisato muretto a secco, nel vano tentativo di ostacolare la spinta delle forti correnti d’aria.

Settimo giorno.

Comoda discesa verso il Refuge du Viso (2.460 m.), attraverso i dolci pendii che caratterizzano il tratto superiore della Vallata del Guil, in territorio francese. Ci muoviamo accanto al torrente che serpeggia fra i colli, discostandocene solo per arrivare al rifugio, strategicamente collocato alla sommità di un colle panoramico. Qui possiamo goderci una delle migliori viste sul Monviso, prima di riprendere la marcia in direzione del Colle delle Traversette (2.950 m.).

La salita è impegnativa, per la stanchezza accumulata, nonostante il comodo sentiero che ci accompagna fino al Buco di Viso (2.884 m.).

Il traforo artificiale, risalente al quindicesimo secolo,  ci riporta in territorio italiano, per suggestivi passaggi nella roccia, da affrontare alla luce delle lampade elettriche. Ritornati all’aperto una serie di ripidi tornanti con alla base alcuni ruderi militari, immette in un pianoro poco più in alto del Pian Mait di Viso (2.711 m.), dove fra quel che resta di reticolati di filo spinato, riusciamo ad  individuare un angolo  nel quale sistemare la tenda al cospetto dello sguardo vigile del Gigante.

Ottavo giorno.

Di buon mattino riprendiamo la discesa lungo la Via del Sale, per poi deviare sul Sentiero del Postino che in periodo bellico collegava gli avamposti militari.

Segue un divertente saliscendi per cenge erbose e vallette detritiche, addossato alle pareti rocciose, fino al Rifugio Vitale Giacoletti  (2.741 m.).

Da qui, a malincuore, cominciamo la nostra discesa verso il Pian del Re (2.013 m.) e le vicine sorgenti del fiume Po, che raggiungeremo solo nel tardo pomeriggio, dopo aver fatto tappa sulle sponde del Lago Superiore (2.313m.).

Dopo una sosta obbligata decidiamo di rientrare. Stavolta ad aspettarci è il lungo ritorno a casa, nella nostra splendida Sardegna. Ci godiamo in silenzio gli ultimi scorci di queste montagne, epilogo solo parziale di un itinerario straordinario partito dalla lontana Entraque in Val Gesso e lungi dall’essersi esaurito. Nel tratto in mini-bus per gli strettissimi tornanti tra il Pian del Re ed il Pian della Regina,  la montagna chiama. E’ ovunque intorno a noi. Sento che torneremo. Glielo dobbiamo. E lo dobbiamo al nostro passo, capace di portarci fin qui e non ancora stanco di inseguire itinerari che non si lasciano circoscrivere, ma si rinnovano nella mente e nell’anima, dilatando confini che non esistono davvero.

Cartografia:

IGN – TOP 25 Randonnée Et Plein Air – 3538 ET – “Aiguille de Chambeyron.  Cols de Larche et de Vars”, scala 1:25.000 – www.ign.fr

Carta dei sentieri e stradale  – “Valle Po – Monviso”,  scala  1:25.000 – Fraternali Editore – www.fraternalieditore.com

IGC – Istituto Geografico Centrale – Carta dei Sentieri e dei Rifugi “Monviso – Sampeyre – Bobbio Pellice”, scala  1:25.000

IGC – Istituto Geografico Centrale – Carta dei Sentieri e dei Rifugi “Monviso”, scala  1:50.000 www.istitutogeograficocentrale.it