Il portafortuna della coccinella

E’ mattina, nel cuore del Supramonte.
Accingendomi ad uscire dalla tenda, sul bordo del telo noto una coccinella che si dirige alacremente verso l’ingresso. Per evitare di calpestarla, la riporto delicatamente sull’erba, in un punto sicuro.

Si dice che porti fortuna. Forse la dea bendata si è davvero vestita di una rossa livrea, in quel minuscolo esserino, a ricordarmi che la buona sorte è spesso data da piccole differenze. Come quando entri in un rifugio e pochi secondi ti separano dal diluvio, o quando eviti per pochi centimetri una pericolosa collisione. O quando una vicina mano amica ti salva da una disastrosa, e probabilmente definitiva, caduta (ok, lasciamelo dire, questo è il caso in cui la dea si toglie la benda e vedi il volto della provvidenza).

Da laboriosi trekker sapiens, con Tony e Pete prepariamo la colazione, dissertando al contempo dei massimi sistemi: organizzazioni sociali, esploratori spirituali, visioni del mondo e… è pronto il tè?

Dopo esserci rifocillati, mentre ritiro l’equipaggiamento, ritrovo la coccinella su uno spallaccio dello zaino.

Deve aver fatto un bel percorso…

Cara coccinella, chissà come vedi tu il mondo, e qual è il tuo portafortuna.
Forse con i tuoi spostamenti, mi stai dando un suggerimento?  

Di certo, condividiamo l’attrazione per l’attrezzatura da trekking ;-)

No step back: dentro il Supramonte

Sempre avanti. E’ un comandamento. Ma stavolta non è così facile. Sento che mi sto trascinando. Nonostante il mio zaino sia ormai praticamente vuoto e i miei effetti personali siano trasportati dai miei compagni, devo rimanere concentrato per non lasciarmi andare. Le labbra asciutte mi fanno male, ma basta qualche goccia d’acqua per donarmi sollievo, anche se solo per poco. Non devo esagerare, non riesco a bere, né mangiare. Il mio stomaco si ribella.

Sono i segni dello “sfinimento” e sono ore che li esploro.

Il mio metabolismo, che scoprirò non essere in splendida forma, si è messo a “fare le bizze”. E due giorni che “corre” e “brucia” come una locomotiva, a mia insaputa. E ora ha finito il suo carbone. Lungo lo splendido itinerario alle mie spalle ha consumato ogni energia. E’ dalla Piana di Sovana, qualche centinaio di metri più in basso e chilometri più a monte, che soffro una fatica che non conosco e che non riesco a spiegarmi. Prima d’ora, in alcune occasioni, mi è capitato di sfiorarla, fermandomi ai suoi margini. Ora ci sto dentro da un pezzo.  E sto imparando. Quasi che le mie montagne abbiano colto l’occasione  per insegnarmi qualcosa di immortale, avvicinandomi a stretto contatto con quella parte di me che non muore mai e che, proprio per questo forse, non ha paura. 

Non sono in Nepal, eppure mi sento come sul mio Himalaya, a ricordarmi che c’è una vetta all’apparenza inespugnabile per ciascuno di noi, e può sorprenderci anche a diretto contatto con il nostro quotidiano.

La carrareccia è ormai a portata dei miei scarponi. Non c’è nessuna esaltazione, ma anche nessuna disperazione in me. E’ tarda sera. Lucio ed Enrico si lanciano quasi di corsa sul sentiero verso l’auto in sosta, per provare ad avvicinarla e risparmiarmi qualche tornante di troppo.

Mi fermo, per l’ennesima volta. Non ne posso fare a meno. Pietro mi è accanto. Attende paziente che mi riprenda, per affrontare l’ultimo strappo in salita. Il buio confonde le distanze, ma ci siamo. Mi guida come ha fatto finora, ostinatamente, incoraggiandomi senza posa.

E’ grazie ai miei compagni che lascio, sulle mie gambe, i pinnacoli solitari dei Supramontes alle mie spalle, e i lecci e i ginepri contorti, che anche stavolta ho sentito vicini. Quasi un abbraccio. Si, il paesaggio mi è da sempre amico. Anche oggi. Anche qui. Non ho avversari su questa terra straordinaria modellata dagli agenti atmosferici in forme fantastiche. Dovevo arrivarci con le mie gambe quassù. E alla fine ce l’ho fatta. Con la testa forse? Con l’anima? Dovevamo arrivarci insieme. 

E’ stato come entrare dentro un tempo magico, che corre più veloce mettendoti in mezzo, mentre luoghi a cui sai di appartenere da sempre, perché sei stato qui innumerevoli volte, diventano isola, sconosciuta. La distanza perde ogni significato, come ogni inutile dicotomia tra “come le cose sono” e “come dovrebbero essere”. Conta solo avanzare, avvicinarti ad una meta “che sai ma non ti importa”, perché non c’è un traguardo diverso dal cercare quel passo in più che ti porta oltre. Ci siamo. Ci sono.

E da questo lieto fine che posso lasciare a Pietro le parole per raccontarvi la magia di un itinerario che stavolta ci porta a casa, nel cuore più selvaggio della nostra isola, e che merita essere percorso, esplorato, gustato nel profondo di ogni passo, senza certezze ma anche senza il dubbio di non essere all’altezza del luogo e del tempo attraverso il quale ci troviamo a passare.

Ebbene si, abbiamo una nuova firma su Trekland. Un grande amico e un vero Treklander. Ne siamo orgogliosi. Benvenuto Pete.

Abbraccio

“Esiste una sottile paura della libertà, per cui tutti vogliono essere schiavi. Tutti, naturalmente, parlano della libertà, ma nessuno ha il coraggio di essere davvero libero, perché quando sei davvero libero, sei solo. E solo se hai il coraggio di essere solo, puoi essere libero”

Osho

E’ bene dirlo, per evitare equivoci, preferisco ormai la solitudine della libertà, alla prigione rassicurante della menzogna.

E’ bello questo freddo che lacera, perché possa uscire tutto il rumore del mondo degli uomini.

E’ bello questo senso di vuoto e silenzio, dalla ricettività straordinaria, che lascia entrare il coraggio di vivere e, con esso, la voglia di dare  e ricevere un abbraccio profondo, fuori da ogni equilibrio.

E’ bello lasciarsi andare, cadere giù, toccare il fondo e scoprire di essere in cima, proprio lì dove puoi ritrovare tutto il calore dell’essere.